dituttunblog
mercoledì, 29 aprile 2009
Generazione 1000 euro

La commedia italiana dell'anno è la frizzante rappresentazione della vita di un trentenne precario. Con un tema talmente sfruttato come il precariato (lo stesso protagonista si autodefinisce "un luogo comune") c'erano tutte le premesse per una pallida, facile, scontata farsetta giovanile da lasciar scorrere come l'acqua calda. E invece si tratta di un film che funziona alla grande e dove non sono riuscito a trovare nemmeno un elemento fuori posto. E allora auguro ogni successo al botteghino al regista Massimo Venier...e qui concedetemi un modesto sfogo "patriottico". In questi giorni i nostri schermi sono invasi da una serie di trailers che annunciano l'arrivo di decine di commedie americane una più insulsa dell'altra: ora mi viene in mente quella -cretinissima- del tizio che per incanto torna nel corpo di quando aveva 17 anni...tutta roba che dimostra come gli autori-sceneggiatori americani di commedie (dopo l'ultimo asso nella manica, i cuccioli di labrador) abbiano già raschiato ben oltre il fondo del barile. Ecco. E allora boicottiamole queste pellicole. E andiamo invece a vedere le commedie (sicuramente migliori) di produzione spagnola, francese e, quando capitano, film italiani come questo di cui sto parlando; accorriamo numerosi, supportando un cinema italiano "leggero" ma fatto come Dio comanda. Il merito di un esito così felice va ripartito fra una regìa sicura ed efficace e una sceneggiatura impeccabile e gustosa (compiti coperti entrambi dallo stesso Venier), ma soprattutto un cast azzeccatissimo e in piena forma. La caratteristica principale è che il film diverte davvero, essendo servito da una storia scritta con molta cura, e i personaggi suscitano la simpatia incondizionata dello spettatore. Ci appare brillante, pur nell'aura di sfiga che lo avvolge, il navigato precario Matteo Moretti, le cui disavventure professionali ed amorose travolgono prima di tutti lui stesso, ma coivolgono del tutto anche lo spettatore, strappandogli attenzione e simpatia fin dai titoli di testa, e fino alla fine (nel film non c'è un attimo di noia). Matteo è solo contro tutti: unica arma, benchè spuntata, il sarcasmo. Ha perfino un mantra: "Quello che mi sta succedendo non mi riguarda", a rafforzare il senso di rassegnato distacco con cui combatte la sua battaglia quotidiana nell'ambito di quella guerra permanente che è diventata il mercato del lavoro. Questo attore, questo Alessandro Tiberi, mi ha sorpreso. E qui devo ammettere le lacune della mia memoria perchè -pur avendo appurato dopo una breve ricerca in rete che lui ha già interpretato diverse pellicole- io non ricordavo di averlo mai notato prima d'ora. Tiberi è bravissimo, il suo è un talento naturale entusiasmante, non pare per nulla artefatto, e poi ha un volto che dà un'impressione di potenziale versatilità (vien da pensare che con quella faccia lì potrebbe benissimo interpretare -che so- un thriller, un horror, qualsiasi cosa...). E poi comunica una simpatia tale che -scusate se la sparo grossa- con questa prova spazza via in un colpo solo i vari Accorsi e Santamaria coi loro insopportabili birignao. Suo compagno d'avventure nella vicenda è quella sagoma di Francesco Mandelli, il celebre "nongiovane" di MTV. E qui devo aprire una piccola parentesi sempi-personale. Francesco è evidente che come attore non è un professionista, eppure ce la mette tutta tirando fuori quella che è la sua autentica (al di là del film) visione della vita. E poi Francesco, qui volevo arrivare, è un artista decisamente speciale che esprime la sua vocazione artistica in centomila modi. Lo vediamo sempre più spesso non solo a MTV, per esempio di recente ospite fisso in un programma di Paola Cortellesi. Ma quello che più mi preme segnalare è che Francesco è un grande rocker e suona la chitarra e canta (piuttosto bene...) nel duo garage-rock degli "Orange", con cui ha inciso un buon CD che sta presentando in giro per i club d'Italia con un ottimo "live" cui ho avuto il piacere di assistere: il tutto nel rigoroso ambito del circuito indipendente nazionale. Chiusa la parentesi. Accanto ai due maschi precari, troviamo tre figure di donne rappresentate da tre attrici una più brava dell'altra. Cominciamo da Francesca Inaudi, attrice verso la quale provo da sempre (non chiedetemi perchè, mi viene naturale) simpatia ma soprattutto affetto e tenerezza. Poi c'è Carolina Crescentini la quale qui interpreta un ruolo che possiamo traquillamente definire "da stronza". Aziendalista convinta, lei è una dipendente ben inserita e super coinvolta nei meccanismi aziendali, una che "ci crede", cinica, dura, realista. Il suo personaggio è la dimostrazione di quanto vado sostenendo da sempre, e cioè che, parlando di mercato del lavoro, le donne, quando fanno carriera o comunque quando acquisiscono un minimo di potere, sono quasi sempre ancor più spietate degli uomini, probabilmente perchè avvertono l'urgenza di affermare un isterico senso di rivalsa. Dulcis in fundo (è il caso di dirlo) quello splendore di femmina e d'attrice che è Valentina Lodovini; qualche settimana fa mi capitò di intercettarla per caso durante un'ospitata radiofonica a "Hollywood party" su radiotre, scoprendo una persona colta e brillantissima, qualità che si vanno aggiungere a quelle di lei già note...e la parte di me più tamarra potrebbe perfino spingersi ad affermare che è proprio "bbona". Oltre alla buona sceneggiatura di cui ho già detto, voglio sottolineare con molta evidenza la brillantezza dei dialoghi: raramente capita di sentirne di così divertenti, impregnati di un vivacissimo senso dell'umorismo con sfumature che vanno dal grottesco-paradossale al lieve-malinconico. Da segnalare poi alcuni personaggi minori, fra cui spiccano un anziano professore universitario impersonato dallo "special guest" Paolo Villaggio e l'irresistibile macchietta di un collega di lavoro con qualche problema cui hanno affibbiato il soprannome di "Chernobyl" per il suo (diciamo così) modo di porsi un pò bizzarro. Dunque un film riuscito, che si può forse vedere sotto due aspetti. Operina brillante e simpatica, oppure (perchè no?) qualcosa di più importante, tipo uno dei film italiani più belli dell'anno. Esagerato? Giudicate voi. In ogni caso, andatelo a vedere. PS: è solo una battuta, ma non riesco a trattenerla: dopo "Two lovers", che stia nascendo un cinema di "incontri sui tetti"?? Voto: 10

Scritto da: filoattivo alle ore 16:48 | link | commenti | Categoria: cinema
martedì, 13 gennaio 2009
Tony Manero
tony maneroIl sottoscritto ha visto parecchi films al Torino Film Festival 2008  ma sfortunatamente  non quello che ha vinto. E ora esce nelle sale (non molte) il 16 gennaio. Ecco la trama (thanks to Tff)

Santiago del Cile, 1978. Negli anni della dittatura di Pinochet, il cinquantenne Raúl Peralta è ossessionato dall’idea diimpersonare Tony Manero, il personaggio di John Travolta nella Febbre del sabato sera, ed è il leader di un gruppo di ballerini che si esibisce regolarmente in un bar alla periferia della città.
Il suo sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo sembra poter diventare realtà quando la televisione nazionale annuncia un concorso per sosia di Tony Manero, ma il suo bisogno di assomigliare al suo idolo lo porterà a commettere una serie di furti e delitti. Intanto i suoi compagni di ballo, coinvolti nella resistenza contro il regime, vengono perseguitati dai servizi segreti.

Cosi il regista Pablo Larrain:
«Attraverso questa storia volevo lanciare uno sguardo severo su una società incapace di relazionarsi col suo passato recente.
Una società con le mani sporche di sangue che però si sforza di apparire alla moda, ballando sotto le luci stroboscopiche e ignorando la sofferenza altrui. Un paese che ha voltato le spalle a se stesso in cambio di un sogno di progresso».

Ed ecco la rece del ns mc5

Ci sono film "particolari" che diventano dei "casi", spinti con determinazione da una critica che intende segnalarli all'attenzione di un pubblico potenzialmente pigro (funzione importantissima della critica quest'ultima, di cui non sempre la stessa critica si ricorda!). Cito i due esempi più recenti in cui mi sono imbattuto personalmente, due "gemme" di cui ho colto le segnalazioni insistite di molte recensioni che ne raccomandavano la visione: "L'ospite inatteso" e "Stella". Nella fattispecie di entrambe le pellicole citate, i "caldeggiamenti" dei critici hanno creato un interesse che ha indubbiamente giovato agli incassi dei due film, anche se parliamo di cifre modeste, trattandosi di opere distribuite in poche copie. Le due pellicole di cui ho fatto cenno hanno in comune che, pur essendo agli antipodi dei blockbusters, sono entrambe gradevoli e appassionanti. Perchè questa lunga introduzione? Per arrivare a dire che questo "Tony Manero", pur supportato anch'esso con entusiasmo dalla critica, è invece film di una sgradevolezza a livelli di squallore davvero spinto. Il film è talmente brutto (nel senso di incrocio fra "povero" e "squallido") che provoca un senso quasi di fastidio. E infatti in sala non manca chi esprime disgusto e perfino qualcuno che prende su ed esce sibilando improperi. Ma tutto ciò che ho appena scritto, per quanto possa apparire bizzarro, è frutto di una scelta di stile precisa, anzi è proprio la cifra stilistica che contraddistingue l'opera. Il problema è che lo spettatore è chiamato ad uno sforzo non da poco: quello di "entrare" dentro il clima squallido di ciò che vede, prenderlo per buono, farci i conti, e capire che una storia squallida, e soprattutto un protagonista squallido, non possono essere raccontati se non dipingendo con estremo realismo un contesto ambientale altrettanto squallido, e, volendo estrarne l'essenza, non si può evitare di sporcarsi le mani ed immergersi nello squallore. Se lo spettatore riesce a superare questa sorta di barriera, allora potrà anche apprezzare il film fino a considerarlo un capolavoro. E infatti la critica ha espresso un plebiscito di consensi senza riserve. Senza contare poi i premi di cui ha fatto incetta al Torino Film Festival. Devo però confessare con estrema sincerità che lo "sforzo" cui accennavo prima a me è riuscito solo in parte. Cioè: avverto il valore, il coraggio, la qualità intransigente ed il rigore di questo film, ne ho la percezione, magari faticosamente, ma ce l'ho. Però francamente non riesco ad individuarvi un capolavoro. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che non possiedo quelle armi critiche necessarie per riuscire ad abbattere tutte le barriere (sia di cultura che di "gusto") che un film del genere inevitabilmente innalza intorno alla propria fruizione. Dunque, alla fine, lo trovo un film originalissimo, e ne consiglio comunque la visione se non altro come esperienza interessante, ma tuttavia mi ha lasciato addosso un senso di disagio che non è stato faciile rimuovere. A questo punto, dopo che ho usato il termine "squallido" circa una ventina di volte, posso capire di aver suscitato curiosità presso chi ancora non ha visto il film: tranquilli, la parola che ho utilizzato non sottintende alla visione di escrementi, corpi in decomposizione o altre schifezze: no, qua lo squallore è nelle piccole cose, nella quotidianità, nella patologia mentale del protagonista, nella ottusità dei personaggi che lo circondano e nella triste rassegnazione che li pervade, nelle aspirazioni improbabili a cui essi affidano la speranza di un riscatto da esistenze miseramente brutte. Insomma, c'è poco da stare allegri durante la visione....tanta è la carica di DESOLAZIONE infinita che si percepisce dalle immagini. Ma poi c'è un'altra cosa fondamentale, per quanto questa rimanga sempre sullo sfondo e si manifesti riaffiorando qua e là senza apparente clamore, ed è l'insediamento del regime di Pinochet in un Cile in cui il tessuto sociale è in via di disgregazione. La qualità della vita delle persone sta andando in pezzi, mentre una polizia segreta opera incessantemente nell'ombra, spiando e pedinando, demolendo poco per volta ogni spazio di libertà e di dissenso. E tutto questo quasi senza che il popolo se ne accorga: significativa la frase di una anziana casalinga, quando dice bonaria e compiaciuta che "Il generale Pinochet ha gli occhi azzurri". Ma la contrapposizione più stridente e assordante è quella fra la tragedia che sta investendo il popolo cileno e i suoi diritti civili e le baracconate inaudite programmate dalla televisione con l'evidente intento (peraltro efficacissimo) di anestetizzare i cervelli. A quel punto, le menti più deboli, gli esseri più soli e dunque più suggestionabili, vengono "plagiati" dalle fesserie propinate dalla tv, e arrivano dunque ad attribuire a queste palesi idiozie la valenza di un sogno di riscatto. E il nostro Raul è con ogni evidenza un soggetto particolarmente predisposto. Quest'uomo è lo squallore fatto persona. Eppure ha due donne (madre e figlia!) che gli ronzano intorno, e con le quali consuma tristi rapporti veloci e incompleti. E si tratta comunque di donne perfettamente inserite in quel malinconico paesaggio umano che le circonda, dunque prive di qualunque consapevolezza e capacità di reazione. Sullo sfondo un Cile allo sbando. Il nostro Raul, poi, qualche problema psichico in più lo deve avere, se ogni tanto viene assalito da impulsi devastanti di violenza che lo portano ad eliminare fisicamente persone che nemmeno conosce. Ma Raul ha una carta vincente nella manica, almeno nella sua ottica di persona ormai mentalmente labile e di lucidità assai precaria: dimostrare a tutto il mondo che il suo culto per Tony Manero implica qualcosa di grandioso e che merita una risposta, un attestato, un premio che ricompensi e sancisca tanta devozione. Ma purtroppo il solo esito che Raul raccatta è una ulteriore scarica di frustrazione. E dovreste vedere che tipetto, il conduttore dello "show dei sosia" cui Raul partecipa: un individuo allucinante tra il "lunare" e il grottesco. La tragedia di un uomo che non c'è più in un Paese che si sta disfacendo. La rinascita di quest'uomo e la Libertà del suo Paese sono sogni. Illusioni che muoiono all'alba. Raul è privo di coscienza e si ritrova preda dei fantasmi della sua mente...il Cile è privo di coscienza e si ritrova preda dei fantasmi liberticidi di una dittatura. Strano a dirsi, ma la bellezza di questo film sta nella sua bruttezza. Ammesso e non concesso che lo spettatore sia disposto a lasciarsi sedurre dal supposto fascino della bruttezza. Voto: 6/7

Scritto da: filoattivo alle ore 20:20 | link | commenti | Categoria: cinema
giovedì, 08 gennaio 2009
stellaGià, il "Passaparola"...A volte funziona che pellicole poco visibili ma di grande qualità come questa, grazie ad un tam-tam, ad un reciproco passarsi la voce, diventino dei piccoli fenomeni dapprima di interesse e poi anche di incassi. Sta accadendo per esempio con il pregevole "L'ospite inatteso", film che sta pian piano crescendo, grazie anche ad una spinta di partenza impressa dalla stampa che ha fatto da propulsore al diffondersi della "voce". Già. Tutto questo può accadere. Ma -a parte che si tratta di miracoli, di casi rarissimi- ci vogliono dei presupposti ed essenzialmente uno (che nel nostro caso manca): l'esistenza stessa della pellicola. "Stella" per essere uscito nelle sale è uscito, ma...in quante? Quando un film esce in meno di una decina di sale, hai voglia tu, a fare il "Passaparola"!! La verità è che questo ottimo film lo abbiamo visto in quattro gatti e presto sparirà, e amen. Oltretutto poi, è distribuito dalla piccola "Sacher", la "casa" gestita da Nanni Moretti: beh, io supponevo che Moretti avesse più potere contrattuale, e invece vedo che i film da lui distribuiti, per quanto il catalogo sia estremamente selettivo e composto tutto di film molto interessanti, escono in un numero ridottissimo di copie e dunque passano come meteore in pochissime sale. Ciò può anche provocare legittimamente rabbia e disappunto, ma questo è il mercato, questo è il sistema. Funziona così. Il film, come la quasi totalità della critica ha rilevato, è un piccolo capolavoro. La storia, tenerissima ed emozionante, di una ragazzina dodicenne a cui una estrazione famigliare modesta, e tutta una serie di altri motivi, hanno riservato un destino un pò complicato. Stella è una persona sola e soprattutto tutta racchiusa dentro una specie di bolla che la separa dal mondo esterno. Possiamo definirla un pò "selvatica", in un certo senso. Lei vive respirando una "sua" aria che non è quella degli altri, è come se mettesse una barriera fra sè stessa e il prossimo. Eppure non è timida, è solo che vive nel suo mondo, rassegnata a non cambiare mai, destinata all'ignoranza come una "bestiolina", e sempre attenta a non permettere a nessuno di entrare nel suo territorio. Eppure anche lei sente il bisogno, ad un certo punto, di avere un'amica, almeno una. E che sia un'amica vera, con la quale condividere anche i pensieri più intimi. Qualcosa di assai diverso, insomma, da ciò che non ha potuto scegliere ma che il destino le ha imposto, tipo la sua "amichetta del nord", quella "furbetta", quella che "va coi ragazzi", e con cui condivide solo scherzi e giochi infantili che però non le bastano più. E nella nuova scuola troverà effettivamente un'amica, la quale le sconvolgerà la vita, nel senso che rappresenterà quel tramite per affrancarsi da un'esistenza opprimente, facendole capire che solo la cultura potrà LIBERARE la sua personalità, renderla forte e consapevole. Ma la cosa più importante per capire questa testolina un pò matta è osservare con attenzione il suo habitat famigliare che è davvero speciale, compito a cui la macchina da presa assolve con dovizia di dettagli. In pratica Stella ha come casa un bar. I genitori gestiscono, lavorandoci praticamente giorno e notte, un bar-osteria-locanda frequentatissimo da un'utenza assai bassa, composta in prevalenza di gente "bastonata" dalla vita: e Stella, non avendo amici, ha come unici modelli di riferimento proprio i clienti abituali del locale, dei quali è diventata un pò la mascotte. E poi naturalmente ci sono i genitori, due persone forse immature per svolgere un ruolo educativo, un pò perchè troppo presi dal lavoro, un pò perchè effettivamente non riescono ad assumersi la responsabilità di "indagare" su cosa passa davvero per la testa della figlia. Insomma, pian piano ai due genitori saltano i nervi e si separano, pur continuando a lavorare e a convivere nello stesso bar. E tutto questo non fa certo bene alla bambina che, ovviamente, vede perdere sempre più peso ai pochi punti di riferimento che ha. Sì, perchè Stella non è certo stupida. Anzi è molto sensibile, ma ha bisogno, oltre che di calore umano, di un appoggio, di qualcuno di affidabile su cui poter contare (e i genitori non lo sono affatto). Stella ha bisogno di confrontarsi con qualcuno, sennò continuerà per sempre a misurarsi solo con sè stessa, a cantarsele e suonarsele da sola. L'attrice giovanissima che interpreta Stella è una meraviglia di bambina, vien voglia di coccolarsela, tanto è autentica e tenera nella sua "selvaggia fragilità". E' un personaggio scritto con mano assolutamente felice dalla regista e sceneggiatrice Sylvie Verheyde, la quale peraltro non ha fatto certo mistero con la stampa di essersi in buona parte ispirata alla propria stessa esperienza biografica. Un film tenerissimo, ma di uno struggente perseguito senza mezzucci, con molta naturalezza. E poi il resto lo ha fatto la giovane Lèora Barbara, piccola attrice dotata di una autenticità talmente spontanea da far impressione (verificabile nei primi piani in cui i suoi occhi non paiono nemmeno rivelare che stia recitando). Altro elemento positivo di sceneggiatura è la descrizione del bar, inteso proprio come Ambiente e come psicologìe degli avventori: e qui mi pare di aver individuato (ma posso anche sbagliare) una scelta della regista nel voler contrapporre l'ingessatura e la rigidità delle aule scolastiche con quei professori un pò nevrastenici alla vitalità anarchica che si sprigiona nel bar, specie la sera quando i clienti "fanno festa" ballando davanti ad un jukebox ad alto volume. E poi c'è un dubbio che ti resta dentro, di fronte a questa dodicenne ombrosa e chiusa nella sua "gabbia": è immatura o è troppo matura?? Forse entrambe le cose, ma con una certezza: che è un personaggio, cinematograficamente parlando, splendido. Quasi una sintesi del protagonista dei "400 colpi" di Truffaut e della ragazzina de "Il tempo delle mele". Qui non c'è il timore di spoiler, non essendo un thriller, e dunque posso dire che alla fine si perfezionerà (o almeno se ne verificheranno le premesse) il passaggio di Stella dall'infanzia a quell'adolescenza consapevole che la traghetterà verso l'età adulta. E dunque lei ne uscirà rafforzata nella personalità e più cosciente dei propri mezzi ed obbiettivi. Bravissima anche l'attrice che impersona la madre di Stella, personaggio apparentemente sbrigativo nei modi ma in realtà ricco di sfumature (osservate bene questo ruolo: non che sia memorabile ma è piuttosto rappresentativo di come -e, badate, è un ruolo tutto sommato modesto- i registi e gli attori italiani abbiano tanto da imparare dai cugini francesi). Da segnalare inoltre con malinconìa la presenza, tra la fauna del bar, del povero Guillaume Depardieu, nel suo ultimo ruolo prima della scomparsa. E poi c'è da registrare una nota piuttosto curiosa. Il film è uscito nelle sale con un "bel" divieto ai minori di 14 anni che ha suscitato giusta indignazione. Ma qui consentitemi un'annotazione parzialmente controcorrente: ipocrita chi ha imposto il divieto ma ipocrita anche chi ha fatto finta di non capirne il motivo, quando invece è del tutto evidente che il divieto attiene ad una sequenza molto precisa. E spero di non essere per questo accusato di oscurantismo. Anzi, andiamo fino in fondo: ci si riferisce ad uno squallidissimo personaggio del film che, verso la fine, tenta (da adulto quale è) un approccio verso la ragazzina: ma va precisato che, oltre ad essere un episodio piuttosto marginale nel contesto, esso non concede assolutamente nulla alla morbosità di chi lo guarda, e dunque il divieto suona ancor più inutile e superfluo. Avete presente la protagonista di "Juno"? Beh, diciamo che (pur avendo io amato quel film, i suoi personaggi e le sue deliziose canzoni), Juno è tanto americana e dunque lontana anni luce dalla nostra sensibilità auropea, quanto Stella è al contrario tangibile, viva, e la sua vicenda condivisibile dallo spettatore italiano. Alla fine, quando esci dalla sala, hai come la sensazione di aver conosciuto davvero Stella, e che Stella esista davvero.Tutto questo ha un nome: è la MAGIA del Cinema. Che si rinnova ogni volta. Voto: 10
Scritto da: filoattivo alle ore 21:32 | link | commenti | Categoria: cinema
martedì, 23 dicembre 2008
Il bambino con il pigiama a righe
Questo film è un autentico Dono Natalizio, reso ancor più prezioso dal suo arrivo imprevisto, dal suo contenuto importante, dal suo stile rigoroso. Non è un capolavoro, intendiamoci, ma è sicuramente un'esperienza che vale la pena vivere e che alla fine ti lascia dentro qualcosa di cui difficilmente andranno perse le tracce. Sintetizzando, si tratta di uno sguardo bambino (e dunque innocente e privo di sovrastrutture intellettuali) sul razzismo, sull'odio che muove i conflitti bellici, sulla crudeltà cieca che attiene al lato più oscuro e bestiale dell'animo umano: il tutto visto con gli occhi di due piccole creature inconsapevoli e purissime. Va subito detto che siamo di fronte ad un progetto cinematografico singolare, e vediamo da dove trae spunto questa mia considerazione. Quest'anno, come ogni Natale, a fianco dei consueti cinepanettoni e dei cartoons di successo, abbiamo in programmazione -per fortuna!- anche una manciata di titoli di qualità proiettati per lo più in un ristretto numero di sale d'essai: si tratta di pellicole distribuite da piccole e coraggiose "case" italiane specializzate in prodotti di qualità (cito le ultime due benemerite nate, "Teodora" e "Bolero"). Ebbene, il film in oggetto si chiama fuori da tutto ciò, essendo distribuito da un colosso come la Walt Disney: si tratta dunque, da parte della Disney, di una scelta insolita e coraggiosa, qualcosa che -suppongo- pochi si sarebbero aspettati e che merita comunque rispetto. Altra nota singolare: nel film appaiono coinvolti (a livello di recitazione e di produzione) alcuni nomi che troviamo anche nella saga di Harry Potter. Ma, al di là di queste note curiose, è comunque un bel film, diretto con cura e rigore, e con un cast funzionale al massimo. In breve la trama. Un ufficiale nazista, di quelli ligi e ambiziosi, si trasferisce assieme alla famiglia in una villa di campagna, lasciandosi alle spalle Berlino, nonostante i due piccoli figli siano recalcitranti, dovendo abbandonare i compagni di giochi. Ma appena insediati nella nuova dimora, cominciano i problemi. Nei pressi della villa sorge infatti un misteriosissimo edificio che la vegetazione e una collocazione isolata tengono al riparo da sguardi indiscreti. La realtà è che si tratta di un campo di concentramento. Ovviamente si fa di tutto per tenere i due bambini lontani da quel luogo. Ma qui bisogna chiarire che i due fanciulli hanno un atteggiamento opposto; la ragazzina, probabilmente suggestionata da un giovane soldato tedesco di cui s'è invaghita ma anche influenzata dal lavaggio del cervello praticato da un austero istitutore, sposa totalmente (anche se con beata ingenuità infantile) la causa nazista e dunque accetta e giustifica qualsiasi cosa. Il bambino no, lui è fatto di un'altra pasta. Ha un cervello e una capacità critica, sebbene poi sia mosso da dall'istinto curioso ed ingenuamente puro e non certo da consapevolezza politica (ha solo 8 anni). Allora Bruno (questo il suo nome) fa quello che fa ogni bambino, cioè quando gli si proibisce qualcosa è la volta buona che tenta di fare proprio "quella cosa". Ed ecco che, appena i genitori sono distratti dai loro impegni, lui si incammina verso quella che ai suoi occhi è "una fattoria". Ecco: assistere alla lenta, progressiva, scoperta ed evoluzione di questo bambino è una cosa davvero emozionante, frutto anche di una riuscita sceneggiatura, da attribuire allo stesso regista Mark Herman. Che cosa vedono gli occhi di Bruno, quando, ansioso di soddisfare la sua curiosità, arriva alle soglie della "fattoria"? Innanzitutto vedono un'alta recinzione di filo spinato che racchiude qualcosa che lui può solo intuire o immaginare, ma soprattutto vedono...un bambino come lui, probabilmente un coetaneo. Sì, un piccolissimo bambino, fragile e molto consumato da fame e stenti, con cui Bruno intrattiene da subito un rapporto di amicizia. Ed è questo il fulcro del film, il rapporto incredibile ma semplicissimo che si instaura fra quelle due personalità così diverse, ma che condividono (senza averne consapevolezza) la sfortuna d'essere vittime innocenti di una tragedia enormemente più grande di loro e che ne travolgerà i destini. L'immagine di questi due bambini che si raccontano le loro vite e -in sostanza- "giocano", uno da una parte e uno dall'altra di un alto filo spinato, beh, è una di quelle immagini che rimarranno scolpite per sempre nella mia memoria di appassionato di cinema. Un'immagine sublime, commovente, indimenticabile, e che del resto compare sul manifesto ufficiale del film. I due continuano per giorni ad incontrarsi in quel luogo "proibito" (se qualcuno li scoprisse sarebbero dolori...), finchè la situazione prende una piega drammatica, che ovviamente non svelerò. Pensando allo sfondo bellico, al campo di sterminio e ai protagonisti bambini, la mente non può non andare al pluripremiato "La vita è bella", ma va detto che, al di là di qualche vaga analogìa, questo film non è assolutamente consolatorio nè buonista e comunque infinitamente più bello (parere personalissimo) rispetto all'altro citato. Va rimarcata anche la qualità dei dialoghi fra i due bambini, semplicissimi ma funzionali alla progressiva "scoperta" l'uno dell'altro, alimentando un legame che assume la valenza simbolica di un grido disperato contro il razzismo e l'ottusità degli adulti in tempo di guerra. Una cosa importante, che depone a favore del regista-sceneggiatore: l'accortezza di non aver mai fatto ricorso ad alcuno sfruttamento della vicenda in chiave di patetismo o di "lacrimevole", no, è tutto molto asciutto e naturale, evitando con intelligenza ogni rischio di furba retorica. Tra un cast di validi attori, si segnala una sola celebrità: Vera Farmiga, nei panni della madre di Bruno, la quale esprime con passione questo ruolo di moglie dapprima silenziosa ed acondiscendente verso il marito nazista, ma che poi prende disperatamente coscienza dell'orrore e della follìa che la circondano. Film consigliatissimo agli adulti...anzi, se avete dei bambini, oltre a portarli a vedere "Madagascar 2" (non me lo perderò nemmeno io!), dovete assolutamente accompagnarli a vedere anche questo film, mi raccomando. Un film che -non è una battuta, lo dico sul serio- DOVREBBE ESSERE PROIETTATO IN TUTTE LE SCUOLE ITALIANE. Voto: 10
Scritto da: filoattivo alle ore 12:06 | link | commenti | Categoria: cinema
venerdì, 28 novembre 2008
diretta da torino

Indiscrezioni confermate. La giuria del 26° Torino Film Festival, composta da Alexey German jr.(Russia), Jonathan Lethem (USA), Dito Montiel (USA), Alba Rohrwacher (Italia), Jerzy Stuhr (Polonia), ha premiato come miglior film la pellicola di Pablo Larrain "Tony Manero".

Questo l'elenco ufficiale. Miglior film (euro 25.000) è stato giudicato "Toni Manero" di Pablo Larraín (Cile/Brasile, 2008, 98'). Il premio speciale della Giuria (euro 10.000) è andato a "Prince of Broadway" di Sean Baker (USA, 2008, 100'). Il premio per la miglior attrice è stato assegnato a Emmanuelle Devos per il film "Non-dit" di Fien Troch (Belgio, 2008, 95'). Il riconoscimento per il  miglior attore a andato a Alfredo Castro per il film "Tony Manero" di Pablo Larraín (Cile/Brasile, 2008, 98').

Scritto da: filoattivo alle ore 11:12 | link | commenti | Categoria: cinema
sabato, 02 agosto 2008
lars

Il prossimo lavoro di Lars von Trier si chiamerà proprio Antichrist. Lars von Trier, regista co-fondatore del movimento Dogma 95, ha avuto attraversare perigliose difficoltà per ottenere i finanziamenti necessari, riuscendoci solo dopo un lungo periodo di attesa e inattività sul set.

Scritto da: filoattivo alle ore 12:32 | link | commenti | Categoria: cinema
lunedì, 25 febbraio 2008
Non è un paese per vecchi

no_country_for_old_men_coen
  Il senso, a tratti davvero potente, del cupo, della tragedia, della ferocia, accompagnano una struttura narrativa che potrebbe essere, sulla carta, quella di un thriller. Ma definire questo film un thriller (magari noir) sarebbe limitativo ed anche ingiusto. Perchè quel senso del tragico cui accennavo ha svolte talmente inattese nel grottesco, che questo film è, in definitiva, solo "una storia", poi con dentro quelle metafore che ciascuno ritiene di vederci (sull'America di oggi, sul succedersi delle generazioni, sull'ineluttabilità della morte, sulla ferocia dell'animo umano, e via dicendo). Tutti i critici, all'unanimità, concordano sul ritorno a livelli elevatissimi dei Coen, dopo un paio di prove minori (però "Ladykillers" mi aveva divertito). Fra parentesi, devo dire che quest'anno alla premiazione finale degli Oscar (nel momento in cui sto scrivendo manca un solo giorno alla data) sono arrivati (entrambi con 8 nominations ciascuno, peraltro meritatissime) proprio i due film migliori, quelli piu' degni (l'altro è "Il petroliere" di Paul Anderson): due film molto diversi ma entrambi capolavori destinati a lasciare tracce nel cinema contemporaneo. Non ho letto il romanzo originario firmato da Cormac Mc Carthy, ma chi lo ha fatto assicura che il film ne è trasposizione fedele; e la storia narrata è già di per sè interessante. I Coen ci mettono la loro geniale fantasia creativa, il loro stile inconfondibile che accompagna una base narrativa da thriller ad un meraviglioso senso del grottesco; e quest'ultima caratteristica viene qui distillata in modo finissimo e sapiente: non era facile far trasparire questa singolare ironia da un impianto così drammatico e all'insegna di un mondo spietato e senza speranze. Ma questo è un concetto difficile da spiegare a chi non conosce già il mondo dei Coen: non è che sia (banalmente) un film drammatico con siparietti ironici. No. Qui l'Arte dei due fratelli del Minnesota è molto piu' complessa nella propria espressione: diciamo che è un film piuttosto cupo e drammatico ma con un incedere a tratti talmente angoscioso da sconfinare spesso nel grottesco. Interessante sarebbe analizzare (ma non è questa la sede idonea per farlo) gli eventuali punti di contatto e quelli divergenti fra i Coen e il cinema di Tarantino: due stili assai diversi ma accomunati dalla tendenza a mixare l'azione ed il thriller noir col surreal-grottesco, con risultati in entrambi i casi godibilissimi per l'appassionato cinefilo. Probabilmente (e qui chiudo la parentesi scusandomi per la digressione) ciò che principalmente li differenzia è che quell'elemento giocoso che nel caso di Tarantino si spinge spesso verso l'infantile ed il demenziale, nei Coen rientra in stilemi piu' classici e maturi. La vicenda è presto detta: un tizio (che fra l'altro è reduce del Vietnam) mentre va a caccia nel deserto al confine fra Texas e Messico, trova casualmente dei cadaveri vittime di uno scontro a fuoco fra bande di narcotrafficanti, e soprattutto trova una valigetta strapiena di dollari. E già questo è sufficiente a far intuire che nel preciso istante in cui l'uomo tocca la valigetta è automaticamente nel mirino di qualcuno. Che infatti gli spara contro e lo fa anche rincorrere da un cane piuttosto aggressivo. Quel che ne segue è un sistematico e continuo inseguimento del tizio da parte di due personaggi: un anziano sceriffo malinconico e riflessivo, e un truce individuo assolutamente incredibile, uno psicopatico tra i piu' feroci e "sbalestrati" mai visti al cinema. Si diceva di questa felice attitudine dei Coen a far scaturire un senso dell'umorismo anche dalla crudeltà, a trasformare l'allucinante in bizzarro. Con una sorpresa, però: non credo di sconfinare nello spoiler se dico, infatti, che c'è nel film un gesto finale che non t'aspetti, un insospettabile piccolo segno d'umanità da parte di chi, devastato nella mente e nel corpo, pareva proprio essere la negazione di ogni attitudine alla comprensione dell'"altro". Dipende poi anche dal significato che ciascuno intende attribuire a quel piccolo gesto. Comunque, a quel punto, il film termina così bruscamente che ti lascia lì da solo, a riflettere, mentre scorrono i titoli di coda. L'immagine piu' efficace a rappresentare il film è proprio questo killer spietato quanto sopra le righe, ma è una figura piu' complessa di quanto si possa supporre: infatti pare che l'occhio della regìa si posi su di lui con sguardo di pietà, considerandone quel senso di solitudine infinita che lo devasta e che probabilmente muove la sua follìa omicida. Altro enorme pregio dei Coen è quello di riuscire a riprodurre sullo schermo dei "caratteri" riconoscibili (uno sceriffo sul viale del tramonto, un killer disturbato, un reduce dall'aspetto burbero ma dal cuore buono) senza mai ridicolizzarli a facili stereotipi, ma anzi arricchendoli di sfumature sorprendenti. Il cast è ottimo, come si usa dire in questi casi "in stato di grazia". Dialoghi scintillanti, catterizzazioni straordinarie. E paesaggi d'atmosfera texani splendidamente fotografati. Insomma, a questo film pare non mancare nulla. E vediamolo nel dettaglio, questo cast. Partendo dal quasi cammeo di Woody Harrelson, il quale in una decina di minuti scarsi riesce ad offrire una prova eccezionale in cui conferisce tutta la sua esperienza professionale di attore consumato. Tommy Lee Jones perfetto, col suo volto legnoso che è ormai una maschera di rughe, nel ruolo dolente e malinconico di un uomo che è testimone sbigottito di un mondo che cambia e che lui non riesce piu' a comprendere: proprio come era amareggiato ed impotente di fronte ai "cambiamenti" (anche se qui con toni piu' disillusi) il protagonista di "Nella valle di Elah". Josh Brolin: ecco un attore che mi è stato sempre istintivamente simpatico e che meriterebbe maggiore popolarità. Forse è per questo che mi è dispiaciuto per il destino amaro che la sceneggiatura gli ha riservato, ma mi fermo qui perchè stavo sfiorando lo spoiler...Comunque un grande Brolin, nel ruolo di un uomo comune che raccoglie con coraggio e dignità l'impari sfida con qualcosa di assai prossimo al Male Assoluto. Javier Bardem. Un attore problematico, direi, proprio perchè ondivago. Tutti lo sappiamo da quale scempio di film egli provenga, eppure qui assurge quasi a "padre di tutti i serial killer", nel senso che con questo ruolo riesce quasi a cancellare tutte le altre figure di assassino seriale che conserviamo nella memoria. Sì, Bardem rientra in quella categoria di attori che, se non possono contare su un ottimo copione e su un bravo regista, sono sempre a rischio. E quella cavolo di capigliatura, a metà fra il "paggetto" e il "caschetto beat" meriterebbe l'Oscar anche chi l'ha ideata... Un Paese in cui il confine fra Texas e Messico è ormai terra di nessuno, un Paese in cui non valgono piu' nemmeno i vecchi "codici d'onore" sostituiti da una nuova criminalità senza piu' regole e senza nessuna pietà, un Paese dove anche il West che conoscevamo è cambiato per sempre, un Paese dove per sopravvivere ci si deve affidare ai sogni...No, non è piu' un Paese per vecchi.

 

Scritto da: filoattivo alle ore 07:26 | link | commenti | Categoria: cinema
giovedì, 21 febbraio 2008
Future is unwritten esce il 29 febbraio

Il giorno Venerdì 29 Febbraio 2008 il film documentario su Joe Strummer girato da Julien Temple verrà proiettato nei seguenti cinema italiani :



ANCONA : Cinema Azzurro

BOLOGNA : Cinema Lumiere

SESTU (CAGLIARI) : Galaxy Cine Village

PADOVA : Multisala Porto Astra

UDINE : Cinema Multisala Fiamma

TORINO : Cinema Nazionale


ROMA : Cinema Multisala Fiamma



Il film verrà altresì proiettato Venerdì 7 marzo, in ritardo di una settimana, nelle città di MILANO, FIRENZE, NAPOLI, BARI.


http://www.joestrummerilfilm.it/ 

Scritto da: filoattivo alle ore 07:41 | link | commenti (4) | Categoria: cinema
mercoledì, 13 febbraio 2008
La guerra di Charlie Wilson

Magnifico film. E mi assale una sensazione di gioia se penso alla gente che fa la fila alle casse delle multisale una volta tanto per un film intelligente e raffinato, magari anche grazie al richiamo esercitato dai due superdivi Hanks/Roberts che occhieggiano dai cartelloni pubblicitari. E non credo nemmeno che l'italiota medio poi si ritenga "fregato" dalla visione (nel senso che non s'annoia) perchè la pellicola (nonostante tratti di temi importanti) scivola via piuttosto gradevole nei suoi non eccessivi 97 minuti. Il film richiede comunque allo spettatore una certa attenzione: personalmente ho leggermente faticato a ricostruire la collocazione dei fatti che vengono enunciati, poichè esistono precisi riferimenti ad una sorta di scacchiera internazionale (con alleanze e contrasti fra vari Stati) che non tutti conoscono alla perfezione (lo so, ci sto facendo una discreta figurina di merda, ma confesso certe mie ignoranze storico-politiche, che comunque questo film ha contribuito a ridurre). Le vicende del protagonista (il senatore texano Charlie Wilson) sono realmente accadute, negli anni '80, e un giornalista, tale George Crile, dopo essersi rigorosamente documentato, le ricostruì in un libro, dal quale lo sceneggiatore Aaron Sorkin, lavorando veramente di fino, ha adattato il film ora sugli schermi. Questo senatore è stato definito in una recensione come una sorta di "Forrest Gump alla Casa Bianca", e in effetti, pur senza raggiungere quei livelli di ingenuità, il nostro Wilson denota una notevole attitudine a lasciarsi guidare dall'istinto nelle sue scelte. Si tratta di un politico abbastanza disinvolto nell'impostare la propria esistenza: quando c'è da godere dei piaceri materiali della vita (circondarsi di segretarie poppute, seratine nei night a base di whisky, sniffate e troiette, etc) non si tira affatto indietro, ma lo fa con una superficialità incosciente ai limiti del candore, quasi senza rendersi conto che ciò potrebbe causargli seri problemi di immagine (e infatti questi problemi finiscono, almeno in un'occasione, per sfiorarlo). Tutto ha inizio una sera in cui se la sta spassando assieme a due spogliarelliste dentro una vasca idromassaggio, quando il suo sguardo si posa casualmente su un televisore sintonizzato su un reportage dall'Afghanistan condotto dal celebre cronista Dan Rather. Charlie ne resta folgorato, e vedendo scorrere sul teleschermo i volti afflitti dei poveri afgani stremati dall'invasione sovietica, decide che è suo preciso dovere aiutarli. In questa missione è supportato (o forse per meglio dire "pungolato") da una eccentrica miliardaria texana che ne è occasionalmente anche compagna di letto (Julia Roberts). Ma un personaggio ben piu' interessante li affiancherà, un singolare agente segreto, rozzo, volgare, acido e cinico, impersonato da un superlativo Seymour Hoffman. A proposito della riccastra, occorre specificare che anche lei come il senatore vive su un doppio binario (cristiana fervente oltre i limiti del fanatismo ma libertina assoluta in camera da letto) ma con una differenza fondamentale: lei è consapevole e scaltrissima quanto lui è -di base- in buona fede e ingenuamente sincero. Charlie riesce, muovendosi a fatica in un verminaio di intrighi e burocrazie, nel miracolo di moltiplicare gli stanziamenti militari americani per l'Afghanistan: e ci riesce sfruttando anche mezzi non sempre limpidi, compreso qualche ricatto e l'affidarsi ad un losco trafficante d'armi israeliano. Ma la fatalità della Storia vuole che dopo vent'anni i guerriglieri rivolgeranno le armi contro chi a suo tempo gliele aveva fornite. In altri termini, come recita la didascalìa finale prima dei titoli di coda: "Gli americani avevano lavorato bene, solo che il finale e' stato un pò incasinato...". Ciò che viene descritto è dunque un incredibile guazzabuglio di agenti della CIA, musulmani fondamentalisti, politici ottusi e ambigui trafficanti d'armi. Parecchi gli spunti di riflessione offerti dalla visione. Per esempio è interessante notare quanto diversificati siano gli intenti che muovono i tre personaggi nella loro "crociata" pro-Afghanistan...La miliardaria è "in Missione per conto di Dio" (un pò come Bush jr che afferma di parlarci assieme ogni giorno)...L'agente segreto, piu' verosimilmente, è guidato dall'anticomunismo come scelta di vita professionale...Il solo mosso da sentimenti autentici è il senatore Wilson, l'unico a commuoversi davvero dopo aver visto i corpicini martoriati dei due bambini nel campo profughi. Ma forse, nel caso del senatore, è presente anche, in sottotraccia, una componente di narcisismo, quasi come una sensazione appagante di agire potendo influire sul corso della Storia. La politica estera americana ne esce a pezzi, e i politici appaiono guidati da tutto fuorchè da un barlume di morale. Ed è paradossale che, fra questi ultimi, quello piu' virtuoso appaia proprio Charlie Wilson, personaggio non esattamente esemplare e coerente nelle sue scelte di vita. La pellicola (vale a dire il buon Mike Nichols) pone lo spettatore di fronte ad un concetto fondamentale: ciò che oggi è sotto i nostri occhi nella politica internazionale (11 settembre compreso!) ha le sue radici in quegli anni in cui l'America affrontò la Guerra Fredda con scelte spesso discutibili, armando in funzione antisovietica popoli e paesi che poi (in anni successivi) sarebbero divenuti Nemici. E ponendo così le basi per le tensioni e i drammatici conflitti dell'oggi. Ma non dimentichiamo che la pellicola è anche intrattenimento. Il film è infatti ampiamente godibile, i "tempi" della commedia sono perfetti, certi dialoghi fra Hanks e Seymour Hoffman fanno scintille, tanto sono da antologia nella loro clamorosa brillantezza. Ma adesso vediamo nel dettaglio di chi è il merito di tutto ciò. A proposito del regista MIKE NICHOLS userò una espressione che mi capita di utilizzare ogni volta che voglio tributare particolari onori a un Grande del Cinema: "è uno a cui bisognerebbe fargli un monumento". Costui ha diretto un film come "Il laureato" che potete vedere indicato come "capolavoro" in qualsiasi volume di storia del cinema contemporaneo voi sfogliate. Scusate se è poco. E poi altri film epocali (nel senso che hanno letteralmente segnato un'epoca sociale e politica) come "Comma 22" e "Conoscenza carnale". E pochissimi anni fa il bellissimo "Closer". Mi fermo qui perchè l'elenco sarebbe lunghissimo, sottolineando come il vecchio Mike, alla veneranda età di 77 anni suonati è ancora sulla breccia, piu' coriaceo che mai. Concludiamo con l'ottimo cast. TOM HANKS mai stato così bravo, in un ruolo maturo e calibrato, che gli ha offerto un'occasione professionale coi fiocchi. SEYMOUR HOFFMAN mostruosamente bravo: se continua così, sai quanti Oscar si mangerà a colazione nei prossimi anni??!! Su JULIA ROBERTS mi avvalgo della facoltà di non rispondere: perfetta nel ruolo di antipatica (infatti mi riferivo al fatto che non mi è mai stata molto simpatica: de gustibus, no?). ::  mc5

 


Scritto da: filoattivo alle ore 08:12 | link | commenti (1) | Categoria: cinema
domenica, 10 febbraio 2008
Caos calmo
Poteva essere (per usare il linguaggio del mitico Kekkoz sul suo celebre blog "Friday Prejudice") un eccellente "film italiano da deridere della settimana". E invece è proprio un bel film, che sta convincendo quasi tutta la critica e, quanto al pubblico, è lecito aspettarsi un discreto risultato vista anche la notevole promozione e la quantità di chiacchiere che ne hanno preceduto l'uscita nelle sale. E' un film toccante, che ci dovrebbe riguardare un pò tutti, perchè va a colpire una zona d'ombra comune a tutti, molto intima e nascosta: quella del dolore che deriva da una perdita di una persona cara e dei meccanismi bizzarri, insondabili, incontrollabili, profondi, che muovono le potenziali reazioni alla perdita stessa. Moretti, è bene ricordarlo, non nasce come attore, diciamo che ogni volta "ci prova"...E mi vengono in mente due suoi colleghi (è solo un riferimento, nessuno si scandalizzi per l'accostamento) che hanno compiuto analoghe esperienze: Woody Allen e John Cassavetes, anche se di improprio c'è che i due Maestri citati sono comunque molto piu' "attori" di quanto non lo sia Nanni, il quale in questa veste è ogni volta "in prestito", anche perchè pare incarnare sempre lo stesso personaggio, proprio perchè dell'attore non possiede le risorse tecniche e certe finezze, e quella sua faccia "un pò così" nemmeno lo aiuta poi tanto. Eppure se pensiamo a certe sue performances (tipo "Il caimano" o "Il portaborse") possiamo affermare che tutto sommato se la cava piuttosto bene. Prendiamo questo "Caos calmo" in cui appare anche in veste di co-sceneggiatore: dà vita a questo uomo piegato dal dolore per l'improvvisa morte della moglie e che proietta sulla figlia tutta la sua ragione di esistere; è un ruolo molto intenso, in cui Nanni riesce -e credo sarebbe stato impegnativo anche per un attore professionista e navigato- ad esprimere le molteplici sfumature di questo dolore e soprattutto questo percorso consapevole nello straniarsi da tutto ciò che ha intorno all'infuori della sua bambina e del suo dolore. E qui bisognerebbe aprire una parentesi, ma sarebbe troppo complicato (bisogna vedere il film) per spiegare come questo dolore abbia qualcosa di "ambiguo", di "sospeso", in quanto i legami fra lui e la moglie in vita si scopre che erano piuttosto "indefiniti". Infatti lui in un primo tempo raccoglie indizi su risvolti che gli erano ignoti circa il quotidiano della moglie, ma poi realizza che è una scelta sbagliata, preferisce azzerare ogni ricerca in questo senso e dedicare ogni energìa a come re-impostare la propria esistenza. L'evento luttuoso ha l'effetto di scardinare la sua visione del presente, di indurlo ad un riposizionamento pressochè totale, ad un ridimensionamento dei propri valori. Il rapporto che lo lega alla sua bambina è tenerissimo e commovente: e bisogna dire che la piccola attrice è adorabile nella sua semplicità e nella sua dolcissima normalità. Ho provato tanta tenerezza di fronte a quella scena insistita di lei che saluta il padre dalla finestra della scuola (ma io non faccio testo, dato che -come ho detto altre volte- mi commuovo facilmente al cinema). Intorno a questo lutto ed ai suoi effetti, ci sono poi altri personaggi e altre situazioni che però finiscono tutte per essere "convogliate" (e "rappresentate") in quella sorta di palcoscenico che diventa questo piccolo parco-giardinetto davanti alla scuola. Dunque c'è un fratello del protagonista (un Alessandro Gassman in forma sorprendente), c'è una donna misteriosa (Isabella Ferrari) che Moretti aveva salvato dall'annegamento in mare, c'è una cognata (Valeria Golino) molto instabile e "scombinata", ci sono alcuni managers in conflitto fra loro per via di scelte di gestione aziendale e che vorrebbero coinvolgere (senza successo) Moretti in questi problemi. Ma poi il film è arricchito da "figurine" minori, magari piccolissime, ma comunque molto indovinate, tipo il dolcissimo ragazzo disabile che attraversa il parco assieme alla madre sorridente, oppure la (sfolgorante!!) bellezza di Kasia Smutniak (fa strano vederla indossare, ad un certo punto, una t-shirt degli Who!). Per non parlare poi (e infatti non ne svelerò l'identità) di un cammeo finale, brevissimo ma molto illustre. Insomma: se i detrattori "a prescindere" prospettavano un'opera fortemente minimale (nell'accezione spregiativa) sono serviti. E zittiti. Accennavo all'inizio ai limiti del Moretti-attore. Qui dobbiamo registrare qualche (positiva) novità, perchè stavolta non è il solito Moretti, o almeno non del tutto. Nanni per la prima volta esce dai suoi abituali contorni definiti, osa, si mette davvero in gioco, si espone, con risultati certo non sconvolgenti ma che comunque in parte sorprendono. E' chiaro che questo discorso ci porta, inevitabilmente, a quella sequenza di sesso che -nelle chiacchiere pre-uscita del film- ha dominato alla grande sui media. Beh, è una normale scena di sesso che, per quanto all'acqua di rose -pare- rispetto al romanzo di Veronesi, è comunque prolungata e "partecipata"; anche se -ma questo era ovvio- la Ferrari appare molto piu' "navigata" in una situazione del genere. Il senso principale del film passa attraverso la scelta del protagonista di (detto banalmente) prendersi una PAUSA. Cogliendo l'occasione dell'evento luttuoso scoprire la possibiltà di guardare la propria esistenza in una prospettiva diversa. Anzichè isolarsi nel proprio privilegio (non dimentichiamo che nel film Moretti è un manager in ascesa) ridimensionare quei valori di carriera professionale che avevano impedito -fino a quel momento- al protagonista di ASCOLTARE. Ascoltare sè stesso e gli altri. Sembrano cose banali ma in realtà non lo sono affatto e potrebbero riguardare anche qualcuno di noi. Indipendentemente dalla riuscita del film (che comunque è un bel film) vorrei concludere esprimendo la mia stima a Nanni Moretti perchè non si esime, al di là della sua fama che lo ha incasellato come regista "intellettuale", dal compiere incursioni in terreni rischiosi che non gli sono propri. Artisticamente, come ha fatto in questo film. Civilmente e politicamente, come fece qualche anno fa quando decise di dare un vivace contributo personale di idee ad un mondo politico ristagnante. PS: se questa recensione fosse un articolo di giornale, il titolo lo avrei già pronto: "Il parco degli abbracci". Chi ha visto il film capirà. (mc 5 )
Scritto da: filoattivo alle ore 15:37 | link | commenti (1) | Categoria: cinema