DATE CONCERTI GENNAIO 2009 TOUR FLESHTONES
20 gennaio 2009 Init, Roma
Tra i film di Natale destinati alle multisale, se si esclude forse "Madagascar 2" , questo è decisamente il migliore. Possiede un buon ritmo, una sceneggiatura piuttosto complessa, dei bravi attori, una scenografia incredibile (!) di cui parlerò più avanti, insomma è un film che merita una visione. La vicenda è di quelle che in ambito fantasy appaiono subito affascinanti: un gruppo di scienziati e menti eccellenti (i Costruttori) in seguito ad un immane cataclisma che si abbatte sulla Terra, decidono che l'unica cosa da fare è spedire il maggior numero possibile di persone sopravvissute in una comunità costruita appositamente nelle viscere della Terra, denominata "Ember". Questa città sotterranea ha però una scadenza (200 anni), trascorsa la quale cesserà di esistere e la sola alternativa a quel punto sarà cercare di recuperare in qualche modo la superficie terrestre. Ad Ember l'energia è alimentata da un immenso Generatore. Ma il problema è che la "scadenza" predestinata è ormai prossima e il Generatore si sta per estinguere, tant'è vero che l'approssimarsi della fine è segnalato da black out sempre più frequenti. E qui, prima di proseguire, devo spiegare l'accenno fatto prima alla scenografia. Ecco, questo è il punto di forza più evidente del film. Non ci sono parole per descrivere la meravigliosa complessità e minuzia di dettagli dei palazzi, dei vicoli, delle piazze e dei cunicoli di questa decrepita città. Un plauso va dunque tributato senz'altro allo scenografo Martin Laing per aver eretto questa meraviglia. Mi sono documentato e ho saputo che la città è stata ricostruita in un immenso hangar di Belfast: davvero un grandissimo lavoro per la gioia dei nostri occhi. Si tratta dunque di una città dal futuro assai precario, ma qui bisogna aggiungere alcuni dettagli su come funziona la vita sociale all'interno di questa comunità, secondo una sceneggiatura piuttosto intelligente e complessa che lascia trasparire -per chi la vuole vedere- una metafora politica dei nostri tempi. Il popolo infatti pare subire la fine imminente, oppure pare ignorarla o non darle peso, probabilmente perchè dominato o suggestionato da un sindaco ipocrita e falso che vorrebbe solo infondere un incosciente ottimismo nella gente in modo da spegnerne ogni possibile spirito critico. Nella città tutto sta andando a rotoli, e non c'è solo il Generatore che sta esalando gli ultimi respiri: anche il cibo sta scarseggiando, mentre le camere segrete del sindaco sono traboccanti di roba da mangiare, opportunamente nascosta. Altro dettaglio significativo, a testimonianza di una sceneggiatura allusiva e finemente intelligente, è che a distrarre la popolazione va segnalata anche una strana deriva mistica che ha infatuato la gente e che ha il suo culmine in riti collettivi ("le Feste dei Canti") in cui tutti assieme intonano in coro canti religiosi (una specie di "canta che ti passa"...). Insomma, in questa città in cui tutto va a scatafascio, mentre le menti paiono ottenebrate e le persone incapaci a reagire, ci sono due ragazzi sensibili e coraggiosi, Lina e Doon, che non ce la fanno più e si mettono in movimento per cambiare le cose. I due giovani protagonisti, affrontando mille difficoltà e superando numerosi ostacoli fra cui un mostro disgustoso, riescono a smascherare il sindaco vigliacco e corrotto, ma soprattutto riusciranno a trovare la via d'uscita da Ember, in direzione dell'agognata riconquista della superficie terrestre, annunciata da una coloratissima alba rosso fuoco. Una favoletta? Sì, nient'altro che questo, ma raccontata benissimo, con estrema piacevolezza e buon gusto. Ho dimenticato una notizia: il film è prodotto da Tom Hanks. Quanto al cast, i due nomi di spicco sono quelli di Tim Robbins (seppure in un ruolo minimo) e l'ottimo Bill Murray. Ma la vera sorpresa è la bravissima Saoirse Ronan, ragazza dotata di enorme talento che -mi hanno detto- ha già recitato in "Espiazione", film che purtroppo non ho visto. Qui la giovane attrice, pur senza essere bellissima secondo i canoni consueti, riesce ad esprimere un talento espressivo davvero intenso, pur in un ambito "leggero" quale quello fantasy, ma sono sicurissimo che di lei risentiremo parlare molto presto e in contesti artistici più "importanti" ed impegnativi. Una piccola parentesi: nel film, accanto alla protagonista, appare il ruolo della sorellina, di nome Poppy, che è una bambina piccina piccina, minuscola, e che non dice mai una parola, ma è talmente graziosa che intenerisce il cuore e smuove il sorriso. Impossibile poi non segnalare il quasi-cameo del leggendario Martin Landau nel ruolo di un anziano narcolettico. Per inciso, la sceneggiatura è firmata da Caroline Thompson, collaboratrice abituale di Tim Burton e della quale è forse riconoscibile una certa impronta "dark". A questo punto, prima di concludere, vorrei rimarcare un paio di cose (tutte positive). Ci troviamo in presenza di un fantasy in cui non mancano gli effetti speciali, ma sono dosati con sapienza e comunque su di essi ha prevalenza una lodevole concezione artigianale della messa in scena. La citata Thompson, in realtà, si è basata su un romanzo la cui autrice, Jeanne DuPrau, è stata con ogni evidenza influenzata da un'ossessione ricorrente nell'immaginario americano degli anni '50 e '60, la paura della "bomba" e della catastrofe nucleare, trasfigurata qui nella paura dell'assenza della Luce, e sotto quest'ottica la città di Ember ci appare come un enorme bunker anti-atomico. E infine da sottolineare la figura di questo sindaco meschino che, dispensando ottimismo fasullo in pillole, regna sull'ignoranza della gente, potendo contare peraltro su derive mistiche alimentate per deviare e distrarre le ansie della popolazione: un quadro socio-politico inquietante che racchiude curiose analogìe col nostro presente. Voto: 9/10
Johnny Marr smentisce le voci sulla reunion degli Smiths al Festival Coachella 2009. 
E' con sincero imbarazzo che mi accingo ad una recensione che sarà improntata - lo dico subito- ad un sentimento di cocente delusione. Mi spiace dirlo, ma da Salvatores non mi aspettavo un passo falso, anche perchè poi la vicenda narrata è bellissima e suggestiva, ed il film racchiude momenti ed immagini di rara potenza. E allora cosa c'è che non va? C'è che il film è disequilibrato e non riesce a cogliere e a fissare la potenza devastante di una situazione di partenza, e inoltre pare non valorizzare nella giusta maniera due bravissimi attori come Filippo Timi ed Elio Germano, impiegandone il talento in modo maldestro. La vicenda, peraltro originale, intensa e coinvolgente, ci parla del legame ai limiti del morboso ed estremamente viscerale che lega un figlio ed un padre, quest'ultimo persona pericolosamente instabile, mentalmente precaria, immatura e violenta, guidata da foschi istinti razzisti e xenofobi, nonchè incline alla misoginìa. Insomma un uomo non in grado di gestire la paternità di un figlio adolescente, il quale, pur percependone chiaramente l'instabilità mentale, vede in lui un modello e l'unico rifugio dal mondo esterno. A dire il vero esiste la figura di un assistente sociale, ma è meglio lasciar perdere, perchè è un personaggio "scritto" coi piedi da una sceneggiatura che non gli attribuisce alcuna consistenza. Potremmo definirla, per quanto disastrata, una famiglia "allargata", poichè ai due si aggiunge una sorta di "scemo del villaggio", leso nel fisico e nella mente, che vive in un suo misero mondo immaginario popolato di presepi e di fantasmi di pornostar: una figura che è l'immagine perfetta della desolazione e del degrado. Ecco, questo è il materiale umano del film, del quale il minimo che si possa dire è definirlo "interessante". Ma è molto di più. In mezzo ai due protagonisti adulti, sta il ragazzo, l quale ha uno sguardo sul mondo che è puro ma anche pieno di rabbia e di speranza, combattuto com'è fra i due sentimenti che lo legano al padre: da una parte lo ama visceralmente e dall'altra non può non percepirne l'oscura cattiveria che ne intorbida la mente malata. Quanto poi a "Quattroformaggi", il mentecatto del paese, il ragazzo prova per lui un sentimento di tenera amicizia. Ripeto: con tra le mani una storia così esplosiva, è un peccato che Salvatores non ne abbia tratto un film memorabile. Quello che ho finora delineato non è che lo scenario del film, il suo inizio. Diciamo che una ragazza entra nella vicenda, portando una nota leggera, ma proprio da lì i fatti prenderanno una piega inattesa che si concluderà in un incubo tragico e straziante. Ovviamente non svelerò di più, dirò solo che il triste ed emozionante finale, nonostante il lungo episodio centrale trasporti lo spettatore alle soglie dell'orrore, vedrà rinsaldare, in un impeto di malinconica dolcezza, un rinnovato legame tra padre e figlio. Quest'ultimo, il giovane Cristiano, è impersonato dall'esordiente Alvaro Caleca, che è davvero una rivelazione: un ragazzo che sprizza talento e che supera la prova del debutto con un ruolo non certo facile e psicologicamente complesso. Prima di arrivare alle performance dei due protagonisti mi tocca fare un piccolo "outing". Avete presente quel notissimo mattatore, conduttore, comico e chi più ne ha più ne metta, che è Fabio De Luigi, che qui riveste il ruolo (banalizzandolo all'inverosimile) di un assistente sociale? Beh, mi spiace dirlo, ma lo considero l'artista più sopravvalutato del momento. Non sa di niente (se non di banalità) eppure è molto amato sia dagli spettatori più esigenti sia (da un paio d'anni a questa parte) anche dal pubblico delle multisale. E per me resta un mistero come questo individuo venga coccolato tanto da Stefano Benni quanto dai produttori dei più tremendi cinepanettoni. E veniamo ai due istrionici protagonisti. Filippo Timi è un grandissimo attore, nonchè una di quelle "facce" maldettamente intense che ti restano dentro. Oltretutto poi, Filippo ha alle spalle una curiosa e sofferta vicenda personale che me lo rende ancor più simpatico: oltre ad avere seri problemi di vista, da ragazzo era afflitto da una pesante balbuzie che lui, con tenacia, ostinazione e passione, è riuscito a superare. Qui interpreta questa personalità "malata" e devastata da fantasmi di violenza, un ruolo oggettivamente difficile cui Filippo dà tutto sè stesso. E la colpa non è certo sua se la "mano" che ha diretto il film non si rivela sempre all'altezza nel valorizzarne il talento. Che dire di Elio Germano se non che è l'attore italiano che tutti i registi vogliono (o vorrebbero) ? Attore super versatile, che però a mio avviso non sa dosare il proprio talento espressivo, ha bisogno di essere guidato. Fatto sta che qui la sua recitazione tracima, travolgendo lo spettatore, ma in senso negativo, in quella direzione che -tecnicamente- ha un nome ben preciso: "over acting". Qui, Elio Germano, (non so dire se perchè lasciato libero di esagerare da parte del regista oppure se sollecitato dallo stesso Salvatores), dà vita ad un monumento all'eccesso di recitazione, debordando in un delirio di tic, mossette, occhioni sgranati e movimenti goffi. Insomma, vabbè "caricare" di "segnali" una personaggio afflitto da problemi mentali, ma qui forse si scade nella macchietta di uno schizofrenico/epilettico. Dunque, volendo sintetizzare l'evolversi della vicenda, possiamo dividere il film in tre parti. Prima abbiamo la messa a fuoco dell'ambiente e dei caratteri dei protagonisti, e questa parte si rivela discreta e promettente. Ma poi il film comincia a perdere qualche colpo, fino al drammatico capitolo centrale, troppo lungo e fastidioso nel suo voler insistere su molte cose che succedono "tutto in una notte", al limite dell'incomprensibilità, dato che hanno come sfondo disturbante il buio, un bosco ostile, e soprattutto una pioggia biblica ed incessante. E il finale, come accennavo prima, è all'insegna di un'affettuosa malinconia. Ho visto il film solo ieri e ancora lo sto "metabolizzando", dunque può anche essere che il senso di delusione subisca assestamenti e la sua entità si riduca. Mentre sto scrivendo queste ultime righe sono già passati due giorni dalla visione e la materia e le immagini si sono sedimentate, lasciando spazio a nuove considerazioni. Non per contraddire il mio giudizio fin qui delineato, ma mi rendo conto che il mio senso di delusione potrebbe avere valenze nascoste e risvolti prima non percepiti. Sì, perchè, e questo va rimarcato, si tratta di un film SCOMODO, che ti comunica anche fastidio ed un senso di agro e di sgradevole. E mi chiedo: ma non sarà che i miei dubbi sono determinati inconsapevolmente da un moto di reazione verso qualcosa di CATTIVO, nei confronti di un mondo e un ambiente verso cui diventa inevitabile provare repulsione? Mah. Forse è un film troppo potente ed estremo nel suo raccontarci sentimenti negativi per poterlo giudicare con sufficiente serenità...Quando si accendono le luci in sala, nonostante il finale a suo modo buonista, la gente ha un'espressione sgomenta. Perchè quel finale che si apre alla speranza non è sufficiente a controbilanciare il buio ostile, la pioggia sferzante, la misoginìa, la xenofobìa, la violenza e il degrado: insomma quegli elementi DISTURBANTI sparsi a piene mani per tutto il film, col risultato di generare nel pubblico profonda inquietudine. Quella stessa che poi, alla fine, ti resta dentro e, come è accaduto a me, diventa difficile rimuovere./thanks to mc5/
