dituttunblog
martedì, 30 settembre 2008
Kalinka a Carpi
Scritto da: filoattivo alle ore 21:20 | link | commenti | Categoria:
No Nuke!
NO NUKE! ROCK CONTRO IL NUCLEARE - Concerto venerdì 24 0ttobre 2008 ore 21.00
 
Il palco delle cerimonie di apertura e chiusura di Terra Madre, allestito al Palasport Olimpico (Isozaki), sarà il teatro di un evento speciale la sera di venerdì 24 ottobre: No Nuke! Rock contro il nucleare. Sul palco alcuni fra i migliori artisti della scena nazionale per presentare il Movimento Torino Sistema Solare. Parte del ricavato sarà destinato a finanziare il viaggio a Torino di tre comunità di Terra Madre che operano nella produzione agricola attraverso l’utilizzo di energia solare: i produttori di cioccolato biologico di Saint Patrick (Grenada), le produttrici e trasformatrici di frutta e legumi della zona di Baguinéda (Mali) e i produttori di frutta essiccata della regione di Pwani (Tanzania).

TORINO SISTEMA SOLARE
con l'ospitalità di Terra Madre
in collaborazione con Legambiente
presenta:

NO NUKE!
ROCK CONTRO IL NUCLEARE
con
SUBSONICA
AFTERHOURS
LINEA77
BUGO
LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
HARRY LOMAN
in concerto

venerdì 24 0ttobre 2008 ore 21.00
PALAISOZAKI, TORINO

              
Torino si mobilita contro i progetti di ripristino dell'energia nucleare nel nostro paese e a sostegno della campagna 20/20/20 (-20% immissioni, +20% energie alternative, +20% risparmio energetico). Iniziative  di informazione e di testimonianza prenderanno vita durante la giornata e la nottata.
A venticinque anni dallo storico concerto antinucleare tenuto al Castello del Valentino e a ventidue anni da Chernobyl, nessuno dei problemi di allora è stato minimamente risolto.
Scorie radioattive, sicurezza degli impianti, costi elevatissimi, rendono antistorica e puramente demagogica la scelta del nucleare. Gli estremisti dell'atomo dimenticano che non è possibile aspettare 10 anni per ridurre i consumi senza investire sulle energie alternative.

TORINO SISTEMA SOLARE, sarà la sigla di riferimento per tutti gli artisti, i locali e le realtà impegnate nella giornata ambientalista che offrirà anche l'occasione per discutere di energie alternative.
Il concerto si terrà sul palco di Terra Madre, il grande meeting mondiale delle Comunità del cibo, in piena sintonia di principi e filosofia.

«Siamo parte del sistema spontaneo fatto di luoghi, azioni, pensieri, suoni, progetti, gratuità, resistenze  individuali e collettive  che  orbitano intorno all'idea di una città aperta e mai rassegnata».

Il prezzo del biglietto sarà di 12 euro.
Gli artisti si esibiranno gratuitamente.
Gli utili andranno a sostenere progetti di energia pulita nelle Comunità di Terra Madre nel Sud del mondo e campagne di comunicazione sociale.
Scritto da: filoattivo alle ore 21:12 | link | commenti (1) | Categoria:
domenica, 28 settembre 2008
lce



Le luci della centrale elettrica - Per combattere l'acne
Scritto da: filoattivo alle ore 22:27 | link | commenti | Categoria:
Sfida senza regole
Che il film sia deludente è la meno significativa delle notizie; è cosa ampiamente nota, dal momento che non c'è giornale o sito web che non lo abbia sottolineato. Poi (permettetemi l'immagine balorda) sta ad ognuno vedere il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. D'accordo, è evidente che qualcosa non è andato per il verso giusto, altrimenti non si capisce come due superstar simili abbiano partecipato ad un prodotto così modesto. Sì, perchè il film ha l'aria di un b-movie televisivo, non contiene nulla di "alto" o di raffinato. E non si capisce questa impostazione un pò cupa e notturna da serie B fino a che punto sia un aspetto voluto oppure il risultato di qualcosa che è sfuggito di mano al regista o alla produzione. Ma se uno sa già che non deve aspettarsi un film appassionante, può essere che si accontenta e torna a casa soddisfatto, perchè poi alla fine non è una pellicola sgradevole. E' chiaro che un film che nasce sotto il segno ingombrante di due giganti di tale portata racchiude già in partenza un vizio d'origine: non dev'esser facile gestire un progetto scritto apposta per due personcine che hanno dato un solido contributo alla Storia del Cinema contemporaneo. Infatti prima di tutto occorre distribuire spazio, tempo e attenzione in parti uguali fra i due protagonisti, dosare, bilanciare, compensare, in modo che nessuna delle due star ne esca sminuita. Oltretutto le figure dei due poliziotti appaiono leggermente "datate": colpa dell'età anagrafica dei due attori? colpa dello stile un pò classico e retrò del regista Jon Avnet? La domanda che chiunque non abbia ancora visto il film si pone è una sola: "allora, i due leoni sono in forma?". Mah. Fermo restando che nel film tutto è al loro servizio (che poi, come si è detto, non è che sia un gran servizio, data la portata modesta dell'opera) i due leoni appaiono un pochino spelacchiati (il tempo passa anche per loro, è banale dirlo ma bisogna tenerlo presente). Entriamo nel dettaglio. Pacino celebra sè stesso in modo roboante, quando monologa sul senso della vita (tipo) sembra sempre che stia declamando l'Amleto, tuttavia a mio avviso è dei due quello messo meno peggio, nel senso che come istrione dà dei punti a molti colleghi, e può permettersi di "gigioneggiare" perchè la sua statura artistica glielo consente ancora. Diverso il discorso per De Niro che appare molto più imbolsito. Bob in certi momenti è addirittura imbarazzante, fa quasi tenerezza, sembra sperduto, sembra uno che non sa dove mettere le mani, e allora lui cosa fa? fa le "facce", e precisamente piega in basso gli angoli della bocca, dipingendo qualcosa che somiglia ad una smorfia. Ciò che è solo la caricatura di quella "maschera", di quel "ghigno" ambiguo ed inquietante che caratterizzava il Bob che conoscevamo ed amavamo. E voi non immaginate quanto mi faccia male dover considerare che un mio mito (e uno dei giganti del Cinema di tutti i tempi) possa essere ormai "bollito". Nel cast da segnalare quella vecchia volpe di Brian Dennehy, imbolsito il giusto pure lui, e quello scemo di 50 Cent (braccia rubate all'agricoltura). Segnalazioni anche per la brava Carla Gugino che qui fa una poliziotta tostissima, ma soprattutto il formidabile John Leguizamo, ormai l'ispanico più bravo e più richiesto di Hollywood. C'è chi ha criticato la sceneggiatura e un finale prevedibile: boh, a me la storia non è dispiaciuta ...è una storia da b-movie con un killer sconosciuto che ammazza di brutto, sparandogli a tradimento, tutti i peggio bastardi criminali in circolazione. Per inciso, lo sceneggiatore è lo stesso di quell'immenso film che è stato "Inside Man" di Spike Lee. Da notare che il volto del killer-giustiziere ci viene mostrato, in una sorta di confessione videoregistrata, già all'inizio. Con l'implicita avvertenza che in realtà le cose non sono affatto come sembrano e la verità va perseguita in un'altra direzione. Certo, l' ideale sarebbe stato un film dove la trama fosse stata solo un pretesto per agevolare due vecchi leoni di Hollywood nell'esibire dei magnifici "assoli", per ruggire ancora come ai vecchi tempi, teatralmente, stimolando applausi a scena aperta: a quel punto chissenefregava più del plot? Ma sarebbe stato tutt'un altro film, che questo sì, supera la sufficienza, ma purtroppo i due leoni emettono solo qualche miagolìo, di ruggiti nessuna traccia. Sono riuscito ad evitare ogni richiamo alla precedente esperienza dei due in "Heat-La sfida", avrebbe significato aprire una parentesi dolorosa, che potremmo sintetizzare volgarmente affermando che "la differenza è nel manico", e se il "manico" si chiama Michael Mann è tutta un'altra musica. Voto: 6 +
Scritto da: filoattivo alle ore 21:25 | link | commenti (1) | Categoria:
Pranzo di ferragosto
Questo piccolo film di appena 75 minuti deve possedere qualche capacità terapeutica se è vero che dopo questa iniezione di serenità ciascuno di noi non può che sentirsi meglio. E non sono parole retoriche, si tratta davvero di un film che regala qualche momento di benessere, di autentica serenità, di attitudine al sorriso. E' chiaro che non siamo di fronte ad un capolavoro, ma ad un minuscolo inestimabile gioiello, questo sì. E dopo questa sublime visione, si è portati a qualche considerazione a ruota libera...Per esempio che, allora, è vero che non solo i nostri cugini francesi sono capaci di realizzare film umoristici dotati di una comicità leggera e profondamente umana...O anche che, allora, è vero che noi italiani possiamo provare a mettere in scena situazioni e personaggi VERI, come Veri lo erano quelli portati sullo schermo dai grandi registi della Commedia all'Italiana. Perchè, adesso ditemi voi se questo piccolo filmetto non potrebbe rappresentare uno di quegli episodi collocati all'interno di uno di quei film fra i '60 e i '70 in cui venivano raccontati gli italiani, coi loro pregi e difetti. E a quel punto uno s'incazza anche un pò, se gli capita di comparare l'Italia di cui qui viene raccontato un piccolo ma delizioso spicchio con l'Italia cafona dei Vanzina o dei Neri Parenti...e viene da maledire le bonazze, i ragionieri allupati e gli industrialotti sbavanti che popolano le crociere estive e i cinepanettoni dei Vanzina. Il garbo e l'umana serenità che caratterizzano questo film sono qualcosa di incredibile; il tocco leggero, la lieve malinconia che lo pervade, la dolente ma serena visione di vite la cui avanzata maturità non significa solo ricordi ma soprattutto ricchezza interiore che dà stimolo ad andare avanti: tutto ciò rende questa pellicola imperdibile. Bravo, bravissimo Gianni Di Gregorio, che ha scritto, diretto e interpretato (poteva fare di più? no, evidentemente) quest'opera. Da un grande capolavoro ("Gomorra" di cui Di Gregorio è co-sceneggiatore) a un minuscolo capolavoro: così potremmo sintetizzare il percorso professionale di Di Gregorio (che peraltro aveva già lavorato come aiuto-regista con Garrone sia ne "L'imbalsamatore" che in "Primo amore" ). La storia narrata è minima ed essenziale: in pieno agosto, sullo sfondo di una Roma semideserta e torrida, un uomo di mezza età si ritrova quasi per caso ad ospitare nella sua abitazione tre arzille e incontenibili vecchiette, che fanno quattro con l'anziana madre con cui il protagonista convive praticamente da sempre. Il film, pur nella sua breve durata, offre diversi spunti di riflessione. Pensiamo per esempio allo sguardo malinconico ed estremamente affettuoso di Di Gregorio verso la sua amata Roma trasteverina: quel piccolo negozio di vini diventa un punto di vista sul mondo, ma in particolare su un quartiere (e una città) che sta cambiando, assediata dai turisti e dalle nuove etnìe, e della cui fragile memoria Gianni (assieme all'amico detto "Vichingo") assurge al ruolo di testimone. Gianni può permettersi di osservare e giudicare il suo quartiere in fase di trasformazione, perchè è persona che sa ascoltare e cerca di capire gli altri, in una civiltà dove ascoltarsi e capirsi si fa sempre più problematico. Pensiamo alla pazienza infinita di quest'uomo, e al suo infinito buon senso, eppure anche queste sue doti vengono letteralmente travolte e sovrastate dall'immensa carica vitale delle quattro anziane signore. Lui sfiancato, loro esuberanti: questa è la bizzarra realtà che manda in visibilio il pubblico. A parte la sceneggiatura e la regìa (campi che Di Gregorio aveva già bazzicato) a me pare che anche il suo debutto come attore non sia affatto male. Per lui non dev'essere stato facilissimo dirigere e gestire le quattro vivaci signore, veramente quattro persone splendide, al punto che dopo la visione viene quasi voglia di abbracciarle con tenerezza. E viene da pensare, giusto un flash, a come in questi anni il Cinema ha raccontato gli anziani: di sicuro, in questo ambito, il film ha compiuto un piccolo miracolo, unendo il Rispetto all'Amore verso chi è arrivato alla fase finale della propria esistenza. E la cosa più bella è che il tutto suona dannatamente autentico e sincero.
Scritto da: filoattivo alle ore 21:21 | link | commenti (1) | Categoria:
mercoledì, 24 settembre 2008
rivogliamo la baia
THE PIRATE BAY, uno dei più noti siti per il peer to peer, tornerà libero in Italia. È quanto ha deciso ieri il Tribunale di Bergamo, su ricorso della stessa Pirate Bay. Ha annullato, quindi, il decreto del sequestro preventivo emesso contro il sito dal Gip dello stesso Tribunale di Bergamo il primo agosto, su denuncia dei discografici.

Significa che ora i provider internet italiani dovranno riaprire l'accesso dei propri utenti al sito di Pirate Bay, che tra l'altro proprio in questi giorni festeggia un record: è arrivato a quota 15 milioni di utenti unici e a 1,2 milioni di file indicizzati (sono i file, cioè, permette di reperire tramite il proprio motore di ricerca). Nel 2006 gli utenti erano "solo" 4 milioni.
Scritto da: filoattivo alle ore 18:52 | link | commenti (1) | Categoria:
Gomorra alla riscossa
Gomorra di M.Garrone  è stato scelto come il candidato italiano alla corsa per gli Oscar. Il 22 gennaio, ad un mese esatto dalla cerimonia di premiazione degli Academy Awards, sapremo anche se riuscirà a conquistarsi una delle cinque nominations per concorrere al premio come miglior film straniero. Concorrenti di Gomorra per la lunga corsa verso L'Oscar erano Il Divo di Paolo Sorrentino, che a Cannes aveva meritato il Premio della giuria , Giorni e nuvole di Soldini, Tutta la vita davanti di Virzì e Cover Boy di Amoroso.
Scritto da: filoattivo alle ore 18:21 | link | commenti | Categoria:
martedì, 23 settembre 2008
Aquaragia a tutta birra
Scritto da: filoattivo alle ore 23:08 | link | commenti (1) | Categoria:
domenica, 21 settembre 2008
Il papà di Giovanna
Il mio rapporto col cinema di Pupi Avati è da sempre qualcosa di irrisolto e il mio giudizio finale sul complesso della sua opera è "sospeso" da tempo. E forse alla base di questo rimandare il giudizio c'è una sorta di "peccato originale" attribuibile al sottoscritto, non certo ad Avati. Il discorso ci riporta indietro di parecchi anni, a cavallo fra la fine dei 60 e l'inizio dei 70, agli esordi di Pupi nel lungometraggio. Io allora ero un ragazzino curioso ed affascinato da tutto ciò che era "mistero" e "orrore". Ricordo che lessi sul settimanale "Ciao 2001" alcuni articoli firmati da Luigi Cozzi -poi divenuto a sua volta regista di decine di films di genere- in cui si favoleggiava di due pellicole dal sapore underground ("Balsamus l'uomo di Satana" e "Thomas e gli indemoniati"), due titoli evocativi che esercitarono un fascino fortissimo sul mio immaginario di adolescente. Ciò' che non riesco tuttora a perdonarmi è di non essermi mai dato da fare per entrare in possesso di quei due film che costituirono in effetti il debutto di Avati. Ma non è finita: seguì il celebre "Bordella", altro film bizzarro e difficilmente catalogabile, ma anche altro "cult" che mi sono perso. Insomma: il primo Avati che i miei occhi hanno visto fu "La casa dalle finestre che ridono". Questa mancanza, quest'assenza di quei tre primi suoi film, ha sempre in qualche modo "alterato" il mio rapporto col mondo "avatiano", quasi come se il mio inconscio si rifiutasse di confrontarsi con qualcosa che ritiene "incompiuto". Scusate la digressione ai confini della psicanalisi. Avati negli ultimi anni, se escludiamo la piccola "vacanza horror" che s'è concesso con "Il nascondiglio", ha speso tutte le sue forze a rievocare un passato rielaborato con le lenti della nostalgia e con un certo gusto retrò. Insomma è evidente che Avati nutre per i ricordi della propria giovinezza un malinconico, affettuoso rimpianto. Ed è ovvio che questa "chiave" dia i massimi risultati quando i ricordi riguardano la sua adorata Bologna, perchè lì ritrova le sue origini e quel che ha fatto di lui ciò che è ora. E pian piano stiamo arrivando al punto, cioè a delineare come in questa sua scelta stilistica siano insiti pregi e limiti. La Bologna evocata da Avati è messa in scena (e sto parlando non solo di "Il papà di Giovanna") sempre con una cura dei dettagli dell'epoca incredibilmente precisa e puntigliosa, a testimonianza dell'amore del regista verso una città in cui oggi (come d'altronde la maggior parte dei bolognesi) fa molta fatica a riconoscersi. E questo affetto è talmente sincero da generare quasi sempre buoni film, ma tra le cui pieghe io (e non solo io) ho ravvisato qua e là ombre di buonismo, aggravato da vaghe istanze moralizzatrici non sempre condivisibili. Prendiamo per esempio quest'ultima pellicola in cui Avati offre una visione su certe "risoluzioni finali" dell'ultima Guerra su cui si potrebbe discutere. In pratica, che lo voglia o no, Avati finisce col portare acqua al mulino (mai stato così florido) del "revisionismo storico", che personalmente trovo in genere opportunista in quanto finalizzato spesso solo a dare un indirizzo ben preciso alla linea politica contemporanea. Pur condannando ovviamente ogni omicidio che fu compiuto subito dopo la Liberazione, mi sembra troppo comodo rappresentare il personaggio di Ezio Greggio come "povero cristo" su cui ci si è accaniti guidati da un disinvolto e quasi "giocoso" spirito di rivalsa. No, caro Avati: Greggio (inteso come personaggio) aveva a suo tempo fatto una scelta PRECISA di cui ha pagato (come si paga in tempo di guerra) le conseguenze estreme. Certo, lui viene dipinto come un qualunquista che ha scelto ciò che banalmente gli faceva piu' comodo e dunque non un fanatico politico, ma questo non fa che aumentarne la meschinità e l'opportunismo e poi -ripeto- fra due parti lui aveva scelto da che parte stare, ed essendo poliziotto aveva anche delle responsabilità in piu'. Comunque si tratta di episodi dolorosissimi e di ferite che per alcuni non si chiuderanno mai e che si rinnovano ad ogni conflitto in ogni parte del mondo. Dunque riprendendo il discorso, da una parte abbiamo un magnifico cineasta che della rielaborazione del passato storico (ma una storia vista "dal basso") ed umano ha fatto la sua cifra stilistica e dall'altra una certa tendenza al conservatorismo delle idee, che a volte attribuisce al suo cinema un retrogusto di sapore quasi "parrocchiale". Il film è uno dei migliori di Avati. Bello, sentito, palpitante, e racconta una vicenda che appassiona lo spettatore. Si parte da un fatto di cronaca: una ragazza uccide una compagna di scuola per banali motivi di gelosia e viene arrestata . Processata e giudicata "inferma di mente", viene ricoverata in un manicomio criminale, dove le sue precarie condizioni mentali si aggravano ancora di più. Ma la vera protagonista del film è la famiglia di questa giovane, una famiglia "allargata" se includiamo anche il poliziotto fascista Ezio Greggio. Abbiamo una madre forse immatura o forse non attrezzata ad accettare le difficoltà della vita, che di fronte a questo evento negativo ha una sorta di blocco, praticamente respinge ogni contatto con la figlia reclusa e ciò fa emergere come in realtà anche il rapporto col marito sia sempre stato inesistente, nebuloso e mai veramente definito. E poi c'è questo personaggio STRAORDINARIO del padre, uno dei ruoli più belli mai visti in ambito di cinema italiano: un ruolo scritto benissimo, verso il quale lo spettatore non può che provare affetto e solidarietà. Persona meravigliosa che ha fatto della DIGNITA' la sola arma con cui reagisce verso una vita che -da sempre- gli ha regalato solo bastonate ed umiliazioni, piccole e grandi. Commovente. Gran personaggio che necessitava di grande attore. E di fronte a QUESTO SIlvio Orlando (strameritata la Coppa Volpi a Venezia!) ci vorrebbe una standing ovation. Orlando esprime (aiutato anche da quegli occhi da buono che ha...) un senso della DIGNITA' che ha del clamoroso (una dignità che fra l'altro -se non vado errato- non ce lo fa mai vedere piangere nel film, anche se ne avrebbe cento motivi). Ho trovato straziante un dettaglio in particolare: l'amore di questo uomo verso la figlia disgraziata è talmente immenso che lui annulla sè stesso, si annichilisce, e dialoga con la figlia utlizzandone lo stesso linguaggio scurrile-infantile, pur di condividerne lo stato di regressione mentale ed esserle vicino il più possibile. La madre è Francesca Neri, attrice che non mi ha mai completamente convinto, ma che qui, complici la storia e il personaggio, sembra perfetta. La figlia instabile è quel prezzemolino di Alba Rohrwacher (per scrivere bene il suo cognome ci vuole mezz'ora!), un'attrice che -pur promettente fin che si vuole- non sempre ha scelto i film giusti, ma che qui dà vita in modo superlativo, anche nelle sfumature, al difficile ruolo di una persona che regredisce mentalmente. Quanto a Greggio, anche per lui la (felicissima) sceneggiatura ha riservato un bel ruolo, solo che io ci andrei cauto a parlare di "rivelazione" come troppi hanno fatto: intanto Greggio, d'accordo, può stupire vedendolo recitare "da serio", ma non è che si riveli poi un mostro di espressività, anzi direi che è piuttosto monodimensionale e statico. Un cenno finale, doverosissimo, alle belle musiche, affidate ad un "mostro" delle colonne sonore nonchè vecchio amico di Avati: Riz Ortolani. Concludendo: Pupi Avati, pur con i suoi limiti (come dicevo prima una tendenza al conservatorismo che affiora spesso) resta con ogni evidenza un regista che ha saputo creare un SUO stile (un film di Avati lo riconosci dopo pochi minuti). Praticamente, un Maestro. Voto: 9
Scritto da: filoattivo alle ore 10:17 | link | commenti (1) | Categoria:
lunedì, 15 settembre 2008
The air I breathe
Io i titolisti della distribuzione italiana mica li capisco. Certe volte ci sono film stranieri con titoli secchi, magari anche di una sola parola che sintetizza tutto il senso dell'opera: nossignore, anche in quei casi affibbiano un titolo italiano, spesso fuorviante, scovato con l'intento furbino di accalappiare qualche categoria in più di spettatori. In questo caso, invece, che siamo di fronte ad un titolo originale contenente peraltro anche una parola non semplice da pronunciare, hanno lasciato il titolo originale, proprio nell'unico caso in cui un titolo italiano sarebbe stato giustificato ed opportuno. Vabbè, tanto questo film sembra che lo vogliano "suicidare" tutti quanti, come se stesse sulle palle un pò a tutti (dai distributori ai gestori di sale). Non so se si possa definire un genere, ma esiste quel tipo di film in cui vengono seguite le vicende umane di vari personaggi, intersecandole continuamente, cioè dividendo la pellicola in tanti episodi, salvo poi attribuire al finale una funzione di raccordo. Non è per niente un'idea nuova, a Hollywood l'hanno utilizzata più volte, ma è un'idea che mi ha sempre affascinato. Precisamente, ciò che mi seduce è questo indagare le pieghe dell'animo umano, talvolta con senso di pietà, altre volte sul filo dell'ironìa, ma osservando come sia sempre presente un fatale senso del destino, ed anzi di come i destini dei vari personaggi siano bizzarramente intrecciati dagli autori di sapienti e complesse sceneggiature. Purtroppo c'è un film che non ho mai visto (fondamentale, quel film, e coglione io che non ne ho mai cercato il DVD!) che -a quanto mi è stato detto- dovrebbe essere un pò il capostipite di questo "filone": "Magnolia". Ma c'è anche un' altra pellicola che viene citata come riferimento in ogni recensione di questo "The air I breathe", ed è un film che avrei preferito non evocare, in quanto fu oggetto di accesissimi scontri fra appassionati di cinema: sto parlando di quel "Crash - contatto fisico" diretto da Paul Haggis, di cui avevo rimosso definitivamente le roventi polemiche che ne accompagnarono l'uscita. Un film che, benchè premiato da un Oscar e dall'interesse della gran parte del pubblico, suscitò una sorta di odio rancoroso da parte di una fetta di spettatori che tempestarono i forum e i blog di cinema di insulti verso un'opera che era da loro ritenuta furba, artefatta e soprattutto ipocrita. Io, ora come allora, resto un tenace sostenitore della sincerità di quel film e preferisco rimuovere certi attacchi impregnati di una cattiveria che, ricordo, mi lasciò sbalordito. Per quanto il film citato sia assimilabile a quello oggetto di questa recensione, quel fenomeno non si ripeterà, per il semplice fatto che il film non sta riscuotendo alcun interesse da parte del pubblico, vuoi per promozione nulla, vuoi per un titolo ostico, e perfino gli esercenti non vedono l'ora di smontarlo dalle loro sale e sbarazzarsene: insomma, un flop conclamato. Ebbene, pur trovandolo un film per molti versi imperfetto, a me ha provocato diverse (belle) emozioni, di quelle che al cinema mi fanno bene. Siamo dalle parti della "commedia umana", che evidenzia come il destino sia sempre lì, in agguato, a modificare il percorso delle nostre vite. Vite che sono composte di sentimenti elementari, comuni a noi tutti, i quali a volte ci possono portare a fare scelte sbagliate, oppure, possono inaspettatamente condurci a conoscere persone che mai avremmo immaginato potessero cambiare il corso della nostra esistenza. Suggestiva l'idea che sta alla base del film, cioè il riferimento ad un proverbio asiatico che individua in 4 stati d'animo fondamentali le altrettante chiavi per interpretare i sentimenti che dominano le nostre vite, e ciascuna di queste "4 chiavi emozionali" dà il titolo ad un diverso episodio del film: Felicità, Piacere, Dolore, Amore. E' curioso notare che nella versione originale i personaggi protagonisti dei 4 singoli episodi hanno per nome proprio Happiness, Pleasure, Sorrow, Love. E si tratta di un campionario umano davvero assortito. Un bancario, dedito al proprio lavoro in modo parossistico, un bel giorno va fuori di testa e decide di compiere una follìa che lo porterà ad estreme conseguenze (un magnifico e clamoroso Forest Whitaker). Un gangster violento e privo di ogni lume di pietà che vorrebbe possedere anche l'anima delle persone che frequenta (un Andy Garcia troppo stereotipato e prevedibile). Un medico generoso che vive con sofferenza e in gran segreto la passione d'amore per la moglie del suo miglior amico, e i cui nobili sentimenti lo porteranno a salvare le vite di due donne diverse (un bravissimo Kevin Bacon). Una cantante pop "sull'orlo di una crisi di nervi" che si trova a dover compiere delle scelte di vita importanti (una Sarah Michelle Gellar più intensa del solito). Un manovale del crimine che è personaggio curioso e interessante in quanto dotato di poteri preveggenti che condizionano la sua vita, ma che però una tantum fanno cilecca con esiti disastrosi (un Brendan Fraser insolitamente cupo e dolente, un bel personaggio che avrebbe meritato maggiori attenzioni in sede di sceneggiatura). Ma la parata di star non è ancora finita, perchè appaiono anche (in ruoli secondari) una sempre affascinante Julie Delpy e un stavolta assai modesto Emile Hirsch. Il discreto regista, tale Jieho Lee, è alla sua opera prima ed è anche co-autore della bella e suggestiva sceneggiatura. Quest'ultima implica inoltre un non facile, ma riuscito, lavoro di raccordo nell'intreccio fra i vari personaggi ed episodi, contribuendo peraltro ad un buon equilibrio fra aspetti drammatici e lati paradossali della vicenda nel suo complesso. Non ho dubbi: chiunque abbia a suo tempo detestato "Crash" ignori pure questo film. Per tutti gli altri, vale l'invito a vederlo: troverà un film non certo memorabile ma, questo sì, ricco di spunti e personaggi interessanti. Voto: 8
Scritto da: filoattivo alle ore 07:14 | link | commenti (1) | Categoria: