11* GENOVA FILM FESTIVAL - GENOVA, 30 GIUGNO/6 LUGLIO 2008 - CINEMA SIVORI
l'ingresso a tutte le proiezioni ed incontri è libero fino ad esaurimento posti
GENOVA FILM FESTIVAL
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Dal 25 giugno al 31 agosto, si svolgerà a Riccione la prima edizione di Riccione Cinema, manifestazione di promozione cinematografica, organizzata dalla società Prima Fila di Roma in stretta collaborazione con l'Assessorato al Turismo del Comune di Riccione, con l’obiettivo di portare il cinema in mezzo ai giovani e di diventare un’importante vetrina estiva di anticipazione e presentazione dei film in uscita nella nuova stagione cinematografica.
L’iniziativa nasce per sostenere la nuova stagione cinematografica estiva, mai come quest’anno, ricca di uscite di film importanti in grado di richiamare una forte presenza di pubblico e per presentare in anteprima alcuni dei film protagonisti del secondo semestre del 2008.
La scelta di far diventare Riccione la capitale del cinema estivo è stata determinata dall’entrata in esercizio del nuovo Planet Multicinema, strategicamente situato in pieno centro, all’interno del Palazzo dei Congressi di Riccione.
In questa sede verranno organizzate le anteprime dei film più attesi come il nuovo Batman Il Cavaliere Oscuro in uscita il 23 luglio, Le cronache di Narnia: Il principe Caspian in uscita il 14 agosto, il nuovo cartoon della Dreamworks, Kung Fu Panda ed altri importanti titoli che si aggiungeranno nei prossimi giorni. Per tutto il periodo di durata della manifestazione, il centro di Riccione (viale Ceccarini, viale Dante e via Virgilio) si “vestirà” di cinema come Cannes e Venezia con allestimenti, esposizione di manifesti e schermi per la proiezione dei trailer.
L’apertura di RICCIONE CINEMA coinciderà con la serata inaugurale del Planet Multicinema con l’anteprima di gala del film Un’estate al mare. Saranno presenti Carlo ed Enrico Vanzina, Nancy Brilli, Anna Falchi, Enzo Salvi e Marisa Jara.
RICCIONE CINEMA non sarà soltanto anteprime, ma anche incontri e feste sulla spiaggia nei locali dell’area di Marano.
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Avevo quasi deciso di "disertare" questo film per motivi non legati a valutazioni artistiche ma bensì per piu banali ragioni logistiche (lo proiettano in un'unica sala del centrocittà che mi è problematico raggiungere e che dunque frequento molto di rado). Ma poi sono tornato sulle mie decisioni sollecitato dal coro di apprezzamenti positivi riservati alla pellicola dalla stampa al completo. Addirittura c'è chi ha scritto che la visibilità che il film avrebbe meritato è stata purtroppo oscurata dalla quasi contemporaneità delle due trionfali opere di Sorrentino e Garrone, e che comunque questa pellicola va collocata idealmente accanto a "Gomorra" e "Il Divo"per lo sguardo coraggioso ed intenso che il regista lancia sulla realtà quotidiana dell'Italia (diciamo genericamente "padana"). In questo senso devo dire che dissento da tanto entusiasmo: non che sia un brutto film, anzi è aperto al dubbio e alla riflessione il modo in cui il regista Munzi osserva i suoi tormentati protagonisti di un'Italia tutto sommato parecchio infelice dove il vero "malessere" pare proprio essere la conseguenza del "benessere". Il regista a mio avviso doveva essere piu' vivace, lasciare un'impronta personale, e non limitarsi a ritrarre un quadretto che già conoscevamo. A tratti si ha l'impressione di assistere ad uno sceneggiato televisivo (gran brutto segno quando si ha questa percezione...), cioè di vedere rappresentata una storia i cui tragici sviluppi finali sono prevedibili fin dall'inizio. Abbiamo una tipicissima (pure troppo) famiglia agiata del Nord Italia operoso, contrapposta al mondo di chi è condannato a vivere di espedienti e cerca qualcosa che gli permetta di "svoltare", non importa con quali mezzi, perchè chi è disperato e violento non ha troppo tempo per definire "codici morali". Quest'ultimo universo, quello di canaglie che una vita spesso al limite ha "incanaglito" sempre di piu', è raccontato con molta sensibilità da Munzi, utilizzando personaggi dotati di psicologìe elementari ma forti e suggestive. Discorso molto diverso per l'altra famiglia, quella benestante, in cui vengono profusi elementi retorici e luoghi comuni a non finire. D'accordo, queste famiglie di ricchi/depressi esistono e probabilmente sono proprio così, ma qui rischiano di apparire "caricature". C'è proprio bisogno che Munzi ci racconti che questi borghesi ricchi sono ossessionati dall'idea che "qualcuno porti via loro qualcosa"? Sono concetti banali e risaputi, di cui abbiamo riscontro ogni volta che ci capita di passare davanti a certe ville circondate da cento telecamere e con cani ringhianti dietro ogni cancello. E c'era proprio bisogno che Munzi ci spiegasse che dietro ognuna di queste famiglie benestanti si agitano nell'ombra i fantasmi di malavitosi rumeni che aspettano l'occasione propizia per assaltarne le ville? Guardate che non sto facendo il cinico: la verità è che sono temi talmente controversi ed ardui da affrontare (la legalità, la sicurezza...) che francamente vedere tutto ciò rapresentato da questi "personaggini" e quasi in chiave di "fiction tv" mi infastidisce un pò. In pratica Munzi ci mostra un piccolo malavitoso del nord che si unisce, nel progetto di assaltare una villa, a due fratelli rumeni disperati e in cerca di "occasioni". Il regista cerca naturalmente di umanizzare al massimo questi violenti balordi, raccontandone i drammi famigliari, gli amori, le speranze frustrate, i progetti per il futuro. Anche se io credo che "umanizzare" troppo chi vive di reati sarà anche romantico e vincente sul piano letterario, ma mi convince poco se lo collego un attimo alla realtà. Ma dove tutto il discorso crolla (e scusate se mi ripeto) è nel proporre a proposito della famiglia benestante il seguente repertorio di banalità: hanno la domestica rumena; la sera vanno a vedere l'opera con l'abito elegante; hanno una figlia adolescente che non li sopporta piu'; lui ha un'amante (molto piu' giovane di lui -ça va sans dire- e comunque bisogna capirlo, con quella moglie che si ritrova!) con cui si comporta da vigliacchetto che non si decide a scegliere; lei (la moglie) è nevrotica e annoiata, ha mille ossessioni e avrebbe bisogno davvero di uno psichiatra e poi (diciamocelo) è una gran rompicoglioni. Insomma: una coppia discretamente stronza. Ma mi sorge un sospetto: e se il regista avesse voluto mostrarcela così per dire che sotto sotto anche il nord operoso cela le sue magagne e nasconde l'infelicità sotto il tappeto? Accidenti che messaggio originale, acuto e sorprendente! Ed ecco a voi la sintesi morale del film, che potete trovare (piu' o meno uguale) in fondo ad ogni recensione, sia cartacea che in rete: il regista non salva nessuno, tutti -poveri o ricchi- hanno i loro problemi, e se c'è una flebile apertura alla speranza, questa è affidata agli adolescenti. Già, appunto, i giovani, che in questo film sono rappresentati dalla figlia della famiglia agiata (un ritratto piuttosto superficiale di 15enne d'oggi, ma sufficiente a mostrarne la distanza dalle miopi grettezze degli adulti), e poi il giovane fratello del rapinatore, prima solo rabbioso verso quella società che lo mantiene nella miseria, poi come galvanizzato all'idea di debuttare operativamente nel crimine, ed infine (impietosamente seguito dalla macchina da presa) mentre si abbandona ad un pianto convulso e lacerante che pare ribadire che "nessuno uscirà vivo da qui". Con questo film ho poi un piccolo problema in piu', anzi due, e hanno nomi e cognomi: Sandra Ceccarelli e Valentina Cervi, due attrici che ho sempre sopportato a fatica (soprattutto la seconda!). A questo punto, come mi succede quando sono un pò severo nei miei giudizi, sono anche un pò pentito di avere bastonato questo film, per cui vorrei in conclusione cercare di chiarire il mio pensiero. Tecnicamente il film di Munzi non è poi così male, funziona, ma quello che mi fa specie è che su un tema così attuale si faccia un film che non fa altro che mettere in scena ciò che sta davanti (e dietro) ai ricorrenti titoli sui giornali circa gli assalti alle ville. Da un regista, su un tema così caldo, dobbiamo pretendere un punto di vista, e non solo l'accomunare tutto e tutti sotto un'unica cappa di tragedia. Se posso fare un esempio da imitare, anche se col film in oggetto non c'entra, il regista brasiliano di "Tropa de Elite" ha messo sotto la lente un tema (la lotta ai narcotrafficanti nelle favelas) e lo ha rivoltato come un calzino, traendone spunti riflessivi originali, stimolanti, anche polemici. Cosa questa che Munzi non ha saputo -o voluto- fare. Voto: 5
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Mi capita qualche volta di tornare a rivedere un film a distanza di pochi giorni, e ciò puo' avvenire solo per due motivi: quando un film mi entusiasma al punto che sento il bisogno di rivivere le stesse emozioni, oppure quando (ed è questo il caso) qualcosa mi è parso mi sia sfuggito, qualcosa mi ha lasciato un pò "sospeso". Ma prima di proseguire devo fare un paio di premesse. Questo film aveva sulla carta due elementi per me convincenti già in partenza: la regista ed il marchio della distribuzione. I due ultimi film di Susanne Bier mi avevano impressionato piu' che favorevolmente e poi apprezzo moltissimo il lavoro che sta facendo la "Teodora Film", e soprattutto "come" lo sta facendo. A quest'ultimo proposito, mi ha fatto molto pacere cogliere un piccolo dettaglio...Appena si spengono le luci in sala, prima ancora dei titoli di testa appare sullo schermo per pochi secondi una scritta di cui non ricordo le parole esatte ma che recita piu' o meno così: "Questo film è distribuito da una Casa Indipendente". Bellissima questa fierezza nell'esibire la propria indipendenza da parte della "Teodora", che è evidentemente una di quelle aziende di cinema dove ancora si può lavorare bene, cioè nel rispetto dell'intelligenza di chi ama il Cinema. Lo testimonia la qualità dei film finora portati nelle sale da questa piccola distributrice. E giuro che per dire queste parole di elogio non ho ricevuto soldi da quelli della Teodora! Susanne Bier ci ha piacevolmente abituato alla sua rappresentazione dei sentimenti, del dolore, degli affetti, del rimpianto. E anche qui, nonostante i pur legittimi dubbi derivanti dalla "trasferta" americana, ritroviamo con piacere intatto lo stile della brava cineasta danese. E fra l'altro, dopo una rapida ricerca su YouTube, ho scovato alcune sue interviste da cui la mia stima nei confronti della Bier è uscita rafforzata, avendo potuto coglierne le caratteristiche di una (bella) signora intelligente e colta, nonchè artista sensibile. Nelle primissime righe facevo cenno a delle mie vaghe perplessità che mi hanno indotto ad una seconda visione. Ecco, il punto è che questo è un film quasi cucito addosso a due grandi star hollywoodiane. E quando ci sono di mezzo dei mattatori, facile che scatti un sospetto, che poi riguarda ogni attore che offre clamorose performances. Il sospetto è, evidentemente, quello di "gigioneggiare", e in questo caso non riguarda certo la Berry che qui interpreta un ruolo doloroso ma tutto sommato piuttosto "trattenuto", ma bensì un immenso Benicio Del Toro che in questo film (come dire?)...giganteggia su tutto il resto. Vedete, io penso che ogni grande attore sia anche un concentrato di vanità, tutti i piu' grandi di Hollywood possiedono un ego smisurato che li porta a compiacersi fino all'esaltazione per le critiche positive e -va da sè- ad irritarsi (ma anche deprimersi) per quelle negative. E perchè dunque Del Toro dovrebbe fare eccezione? Quando lo osservi mentre "spadroneggia" lo schermo, o quando un primo piano prolungato sembra esaltarne in senso espressivo ogni muscolo del viso, allora pensi che i grandi performer sono come "posseduti", da che cosa non so dire, ma forse da una qualche specie di "Demonio dell'arte". E dunque il mio sospetto era che Benicio avesse ecceduto in questo compiacersi della propria bravura. Non che il mio dubbio abbia trovato una deriva certa, ma almeno ora sono del tutto convinto della assoluta bontà della sua performance. Il suo personaggio, pur assumendo alcuni aspetti tipici degli atteggiamenti di uno "junkie" in fase di difficile recupero, rivela sfumature, pensieri e piccoli gesti che lo rendono spaventosamente UMANO. Lo possiamo constatare soprattutto quando si trova a rapportarsi con la franchezza (tipicamente atroce) di due bambini. E con questi due bambini la sua psicologia funziona, probabilmente perchè anche lui, in fondo, ha dentro di sè la purezza di un bambino. Ci sono certi dialoghi fra lui e questi due ragazzini che mi hanno commosso, proprio per la terribile sincerità di questi ultimi, che nasce dallo sguardo diretto ed impietoso di chi ancora non conosce le sovrastrutture mentali tipiche di noi adulti. Per me non è stato facile vedere un film (l'ennesimo) che parla dell'elaborazione di un lutto (e chiedo scusa se mi metto in gioco personalmente), in quanto da pochi mesi io stesso ho perso una persona a me molto cara e dunque conosco questi abissi di dolore, so che (come tutti ti dicono) "la vita continua"...il problema sta nella capacità di reagire e, soprattutto, nel non farsi catturare dai fantasmi della negatività...Nel caso del film poi, il lutto offre all'amico di chi è scomparso l'opportunità (unica) di riscattare una vita intera. Bravissima la Bier nel raccontare con estrema delicatezza la ricostruzione di due vite, si vede benissimo che lei AMA questi due suoi personaggi, lo si vede da come li insegue con la camera a mano e da come li inquadra. E qui mi viene da riflettere su come, per contro, in altri film e con altri registi, capita talvolta di percepire la sensazione opposta (di distanza fra regista ed attori) come -tanto per non far nomi- nell'ultima opera di Shyamalan. A questo va aggiunto che la Bier ha dalla sua una sensibilità tutta femminile, che la porta, con adorabile insistenza, ad indugiare su minimi dettagli (un piede, un anello, una lacrima, una goccia di pioggia...) che contribuiscono tutti ad alimentare una "atmosfera" e un clima che sanno di contagiosa delicata malinconìa. Pur non trattandosi affatto di un film minimalista, chi non vede di buon occhio un cinema fatto in buona parte di sentimenti e di sguardi, probabilmente si annoierà. Perchè poi, oltre a non essere ovviamente un film d'azione, non è neppure che la vicenda preveda snodi clamorosi. E' un film lento, dai tempi dilatati, come dilatati sono i tempi di cui le nostre vite hanno (avrebbero?) bisogno. Ed è anche un film sui piccoli progressivi spostamenti del nostro cuore, quando impariamo a conoscere meno in superficie le persone. Un'altra annotazione: quando Hollywood si cimenta nell'ispirarsi al cinema indipendente (il Sundance per fortuna sta influenzando, anche se in modo per ora ridotto, il mercato) i risultati possono essere di segno diverso.... Se un film viene fatto senza passione escono prodotti irrilevanti come "Alla scoperta di Charlie", se invece ci si mette l'anima (come ha fatto la Bier) il risultato parla da solo. Anche il messaggio finale, quell "Accept the good" che sta scritto sul bigliettino, e che sembra una cosa banale, in realtà è la chiave che aiuta due vite segnate dal dolore a trovare nella speranza un punto comune di contatto. Dei due magnifici attori protagonisti non saprei che dire che non sia stato già detto. Preferirei soffermarmi su territori assai meno esplorati, come per esempio un paio di attori che rivestono qui due ruoli secondari. Alison Lohman nel ruolo di Kelly, la ragazza ex eroinomane che entra nella vita di Jerry-Del Toro, l'ho trovata deliziosa, un piccolo ruolo ma interpretato con grazia e sensibilità. E che dire di quella "sagoma" di John Carroll Lynch? Questo bravo attore mi sottopone ogni volta (e questo è un periodo in cui appare in diversi film) ad una specie di condanna: io nella mia mente l'ho focalizzato e catalogato irreversibilmente come "il serial killer incarcerato di Zodiac" e (non ci posso fare niente) lui per me resterà sempre e solo "mister Zodiac". "Chapeau" alla Bier anche per la scelta della colonna sonora, che comprende Frank Zappa e Captain Beefheart. E sui titoli di coda si può ascoltare uno dei brani piu' belli di tutta la storia del rock'n'roll: non vi dirò quale, dovete scoprirlo da soli andando al cinema. Concludendo. Il problema era fondere uno sguardo americano con la sensibilità nord europea: missione compiuta. Voto: 9
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Doppio album tributo a Faust'O Rossi gratuitamente scaricabile da questo sito
http://www.joyello.net/strambelly/pagine/dqs.html
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A partire da sabato 21 giugno, per il terzo anno consecutivo, la cornice dello splendido Parco Pareschi, uno degli spazi più amati della città, si trasformerà in un'arena cinematografica dove sfileranno fino al 31 agosto i migliori film della stagione.
Come sempre la programmazione ospiterà i film di maggior successo della stagione, presentando blockbuster come il nuovo Indiana Jones o Sex and the City, ma lasciando anche largo spazio alla rinascita del cinema italiano di qualità (da Gomorra a Il divo, da La ragazza del lago a Tutta la vita davanti, da La giusta distanza a Caos calmo), senza trascurare l'essai, presente con la riproposizione di pellicole quali il Premio Oscar Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, il Leone d'Oro di Venezia Lussuria di Ang Lee, o capolavori come Cous Cous di Abdel Kechiche e Persepolis di Marjane Satrapi.
L'apertura della programmazione coincide con la NOTTE BIANCA, sabato 21 giugno, con la doppia proiezione gratuita di due tra le pellicole più interessanti della stagione, ACROSS THE UNIVERSE di Julie Taymor e SHINE A LIGHT di Martin Scorsese, costruite sulle canzoni di due leggende del rock, Beatles e Rolling Stones.
Sempre in tema di cinema, e sempre nell'ambito della Notte Bianca, giova ricordare anche il concerto di TEHO TEARDO previsto il 21 giugno a mezzanotte nel Cortile del Castello Estense. Sperimentatore instancabile e trasversale, Teho Teardo è l'artefice delle colonne sonore di alcuni dei migliori film italiani degli ultimi anni, da La ragazza del lago a Lavorare con lentezza, da L'amico di famiglia al recentissimo e celebrato Il Divo. Teardo (chitarra, electronics) sarà affiancato dalla violoncellista Martina Bertoni; il set sarà arricchito dalla proiezione di estratti dei film "citati" dall'esibizione.
INGRESSO: INTERO 6 ?; RIDOTTO 4 ? (Soci Arci, Studenti e dipendenti Università di Ferrara).
Inizio proiezioni ore 21.30. Apertura Parco ore 21.00
In caso di maltempo le proiezioni si svolgeranno presso la Sala Boldini, via Previati, 18.
Per informazioni: Arci - 0532.241419, Arena Estiva - 320.3570689, Sala Boldini - 0532.247050.
Il programma completo è consultabile al sito
www.arciferrara.org
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Chi crede, dopo la recente visione di "Gomorra" di avere visto il massimo della durezza e della violenza brutale in circolazione sugli schermi, tenga presente che con questa pellicola brasiliana si va ben oltre. Se ho citato il film di Sorrentino è perchè mi sono accodato alle decine di titoli di giornali che lo evocano in sede di recensione di questo "Tropa de Elite". In realtà i due film raccontano sfondi talmente diversi che sarebbe inopportuno accostarli. E comunque se la spietatezza evidenziata da Sorrentino è in qualche modo "comprensibile" (non fraintendetemi, allora diciamo meglio "inquadrabile") in quanto collocata in un contesto che purtroppo ci è noto da decenni, per quanto riguarda invece i misfatti brasiliani il discorso è assai diverso. Noi sappiamo poco e niente delle contraddizioni violente che esplodono nel tessuto sociale brasiliano (e sudamericano in genere), come sappiamo poco e male del livello di corruzione della polizia di quel paese, o dei corpi operativi speciali (svincolati da regole restrittive e con totale libertà d'azione) destinati a contrastare il crimine ed in particolare lo spaccio di droghe. Sì, di rado si legge qualche prevedibile reportage sui giornali che del resto compensa il quasi silenzio delle tv, ma comunque le informazioni che ci arrivano da quelle zone sono decisamente poche. Noi sappiamo solo che il sudamerica è un contenitore di stati polveriera, dove le disuguaglianze sociali estreme e i numerosi focolai di povertà alimentano tante possibili rivoluzioni. Questo sappiamo. Ma a volte fa comodo non approfondire, non maneggiare materiale che potrebbe esplodere...E penso a quei bambini che vengono torturati con disumanità dalla polizia speciale ma che fanno parte anche loro di un meccanismo criminale che è quello del narcotraffico...Ed è straziante pensare che c'è sempre qualcosa "di peggio" del peggio....e mi riferisco alle piccole vedette di Scampia, rispetto alle quali probabilmente questi bambini brasiliani sono messi molto peggio. Questo film, col suo ampio successo, grazie anche alla visibilità offertagli dalla vittoria dell'Orso d'Oro al festival di Berlino, sta aprendo lo sguardo del mondo intero su una realtà intollerabile. Rispetto ai palazzoni di Scampia, qui è tutto piu' difficile da digerire, piu' ostico, piu' irritante, piu' alienante, piu' drammatico (qui non c'è spazio per il grottesco dei "neomelodici"). Se in "Gomorra" protagonista assoluto è il Sistema-Camorra, cioè la malavita contrapposta a delle Forze dell'Ordine che non si vedono praticamente MAI, qui invece protagonista è proprio la Polizia. Anzi, precisiamo meglio; le tre situazioni rappresentate nel film sono: 1) la famigerata "Bope" (squadra operativa speciale della Polizia, che usa metodi violenti ed esibisce fieramente icone dal vago sapore nazista) 2) la Polizia classica (raffigurata come entità impotente, corrotta, pigra, svogliata, del tutto inerte) 3) il mondo delle favelas, un autentico girone infernale dove lo spaccio è il solo appiglio per combinare qualcosa nella vita e sopravvivere. Il film, questo va detto subito, ha suscitato enormi polemiche, in quanto pare (e sottolineo "pare") schierarsi dalla parte di chi sostiene che pur di combattere una malavita particolarmente radicata non si deve sottostare ad alcuna regola nè morale nè legale, poichè la posta in gioco (la democrazia del convivere civile) è troppo importante. Ed ecco che scatta la parolina magica: "fascista". Appellativo con cui è stato piu' volte e da piu' voci intellettuali chiamato in causa il regista Josè Padilha. Per quanto mi riguarda, devo ammettere che, durante lo scorrere delle immagini, su questo tema ho cambiato idea almeno due o tre volte: questo per dire quanto sia difficile prendere una posizione netta sul (presunto) versante ideologico del film. Tant'è vero che poi ho deciso di sospendere il mio giudizio, magari anche in attesa di confrontarmi con altre opinioni, comprese quelle di chi mi sta leggendo qui adesso. Giudizio sospeso che però non mi esime da alcune riflessioni. Intanto evitiamo accostamenti inopportuni con aspetti della realtà italiana: le ronde "alternative" prospettate dai vari Borghezio sono qualcosa di lontanissimo dalle Squadre Speciali che si vedono all'opera nel film. Ed evitiamo quindi nel giudicare la pellicola di riferirci mentalmente a chi, qui da noi, evoca una "giustizia fai da te". Altra cosa: siamo così sicuri che il regista voglia esprimere giustificazioni agli atti violenti e dunque si schieri dalla parte dei poliziotti/giustizieri? Parrebbe di sì, visto l'estremo distacco con cui vengono mostrati certi "disturbanti" metodi operativi, ma...e se fosse tutta una provocazione? Peraltro, su internet si apprende che lo stesso regista, con una sua precedente opera (inedita da noi), "Bus 147", si era fatta la nomea opposta, cioè di essere "comunista": quindi io ci andrei cauto. La principale accusa mossa al regista è quella di aver contribuito ad esaltare l'azione di queste "squadre speciali". A questo punto però, considerando che (fra box office ed un numero record di copie piratate) il film in Brasile ha avuto una diffusione incredibile, io sarei davvero estremamente curioso di sapere sotto quale aspetto il pubblico brasiliano ha fruito di questo film: si è indignato o si è esaltato? e in quali percentuali le due fazioni? Ho fatto ricerche in questo senso su internet, ma senza alcun risultato, dato anche l'ostacolo della lingua che non conosco. In ogni caso, sarà banale dirlo, ma il fatto che la pellicola faccia discutere è in sè positivo, significa che non si tratta di un prodotto inerte destinato al rapido consumo. Consiglio comunque a tutti la visione del film, anche se sono ben consapevole che la crudezza è tale che l'inquietudine che ne deriva potrebbe dare a qualcuno qualche problema. Stavo dimenticando un aspetto fondamentale del film. Il ritratto (tutt'altro che banale) che il regista fa degli studenti borghesi coinvolti in associazioni di volontariato, rappresentati da un lato come portatori di istanze intellettuali democratiche ma nei fatti complici della criminalità: infatti questi fighetti banalmente "democratici", oltre a comprare regolarmente fumo proveniente dai trafficanti per soddisfare i loro simpatici vizietti "socializzanti", sono troppo presi dal loro ruolo di "difensori dei deboli" per farsi un minimo di esame di coscienza. E questo, se permettete, come punto di vista e come spunto riflessivo, mi pare originale e formidabile. Del cast non posso dire piu' di tanto, sono tutti volti a noi sconosciuti, ma tutti splendidamente in parte. Ci sono certi dialoghi talmente "vibranti" che non sembrano neanche fiction, sembrano ripresi "dal vero". E perfino certi toni, teoricamente "sopra le righe", sono però resi con tale bravura dagli attori, da apparire giustificati e credibili. In altri termini: un film che sa farsi prendere dannatamente sul serio (come "Gomorra", del resto...). Piccola parentesi sulla colonna sonora, basata essenzialmente su due pezzi trascinanti al massimo, e la cui potenza è pari a quella di tutto il film: uno è "Tropa de Elite" suonata dai Tihuana (un gruppo, credo, tipo "Sepultura") che del film è anche la "sigla" dei titoli di testa; ma il vero brano tormentone è "Morro do Dende" eseguito da "MC Cidinho & Doca", ed è quel pezzo che si vede ballato in una enorme discoteca all'aperto nelle immagini iniziali del film. Dopo "La Zona", ecco un altro quasi-capolavoro di cui consiglierei la visione ai piu' giovani. Così si fanno subito un'idea di come sta girando il mondo. Da schifo. Voto: 10
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E' lotta all'ultimo spettatore tra i due film italiani premiati a Cannes, con Gomorra che alla quarta settimana nelle sale scavalca il Divo di Paolo Sorrentino guadagnando la terza posizione (l'incasso totale di Gomorra : 8.440.000 contro 9.901.000). Al quinto e sesto posto, due new entry: sono Quando tutto Cambia (solo 3 giorni di programmazione) e Chiamata senza risposta (5 giorni di programmazione).
Precipita in quattordicesima posizione invece Sanguepazzo, altro film di Cannes, che una settimana fa era ottavo.
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