dituttunblog
domenica, 27 aprile 2008
10 cose di noi
La prima cosa che colpisce di questo film è l'effetto-sorpresa a cui lo spettatore non puo' sfuggire. Eppure non si tratta di un grande film, anzi, è una piccola produzione indipendente ma con una caratteristica evidente: quella di mostrarci un attore molto noto, una star conclamata di Hollywood, in una veste assolutamente inedita. Quello che è l'anima della pellicola è il Morgan Freeman che non ti aspetti. Intendiamoci: già ci era nota la sua poliedricità d'attore, nel senso che se è vero che siamo abituati a vederlo in prevalenza nei ruoli di poliziotto tenace o di anziano saggio dispensatore di consigli, è pur vero che la gamma dei personaggi interpretati finora è piuttosto ampia. Ma come in questo film non lo avevamo proprio mai visto. Ed è inconsueto che una star si renda disponibile a mettersi a nudo e -soprattutto- a mettersi in gioco in un'opera indipendente come quella di cui stiamo parlando. Mi vengono in mente le parole della co-protagonista Paz Vega in una recente intervista promozionale: " Morgan Freeman in mezzo a tanti filmoni hollywoodiani diciamo che ha voluto prendersi una vacanza". Ma forse è qualcosa di piu' di una vacanza se è vero che il nome dell'attore compare accreditato fra i produttori della pellicola nei titoli di testa. E' un film delizioso e godibile pur mantenendo le caratteristiche (e i limiti) di una produzione modesta, probabilmente costata anche relativamente poco, e realizzata con criteri improntati alla semplicità e all'essenzialità. A questo punto chi non ha ancora visto il film si sarà incuriosito, dato il mio insistere su un "Freeman inedito". Beh, qui abbiamo un attore che torna bambino, davvero, si abbandona totalmente ad una giocosità e ad una recitazione quasi infantile che puo' apparire a tratti frutto di improvvisazione, ma che in realtà attinge ad un bagaglio professionale di esperienza che solo i grandi attori possono permettersi. La storia è semplicissima. Un attore che vive una fase professionale piuttosto critica e che è "sospeso" alla ricerca di nuovi spunti e nuovi stimoli si imbatte casualmente in una persona che piu' lontana dal proprio ambiente non potrebbe essere: una burbera cassiera di un supermercato. E qui bisogna sottolineare una cosa. Nel film, cioè nella vicenda come viene rappresentata in sede di sceneggiatura, così come nella realizzazione "tecnica" della messa in scena, tra Freeman e Paz Vega si è creata un'alchimìa che ha dell'incredibile. Si tratta in fondo di due poveri diavoli la cui esistenza è in una fase di passaggio, due persone fragili che lottano per superare le rispettive crisi, e che dunque il destino ha fatto incontrare nel momento giusto per entrambi. E qui la sceneggiatura evita (e questa è la mossa vincente) anche solo l'dea del banale "siparietto amoroso" fra i due. Se la cassiera appare disordinata, arruffata, incasinatissima, mentre l'attore, per contro, sicuro di sè in ogni sua mossa, in realtà anche lui nasconde (da attore, appunto) un disagio interiore che però riesce ad esorcizzare alimentandosi di un'energìa che gli proviene proprio dal contatto umano con la ragazza. D'altra parte è cosa nota che dietro al narcisismo euforico di molti attori si celi una tendenza alla depressione. Il risultato di questa perfetta alchimìa fra i due attori sortisce un effetto di grande piacevolezza per lo spettatore: i due sembrano porgersi la battuta l'uno con l'altro e man mano che il film procede i due personaggi vengono tratteggiati sempre meglio nelle rispettive personalità. Non male per un filmetto che dura neanche un'ora e mezzo, che però dopo la visione ti lascia un buon sapore. Per la cronaca, devo riferire di due cammei: uno fulmineo di Danny De Vito, così veloce che quasi non si fa in tempo a coglierlo, e un altro piu' esteso del giovane Jonah Hill, che deve la sua recente popolarità al ruolo di protagonista nella commedia giovanile "SuXbad". Un aspetto particolarmente stuzzicante è il modo in cui Freeman (attore in realtà di successo) si approccia al ruolo di un attore in fase di declino. Qui Freeman tira fuori una sorprendente capacità di introspezione psicologica, nel rappresentare una parte di sè stesso, evidenziando tic ed attitudini di un attore e mettendosi dunque in gioco. Anche Paz Vega è molto in parte, ma è evidentemente un po' oscurata (nonostante teoricamente il peso dei due ruoli sia previsto diviso in parti uguali) da un simile istrione e mattatore. Immaginatevi un Freeman che si aggira nei supermercati divertendosi come un bambino che scopre il mondo e pronunciando battute agghiaccianti (ce n'è una sul Dalai Lama che mi ha fatto scompisciare), che guarda in macchina sfoderando un sorriso disarmante, o che (come si vede nei titoli di coda) "fa il matto" con la troupe. In sintesi, è la storia di due persone che sembrano appartenere a due pianeti differenti, due individui lontani fra loro per estrazione sociale, età anagrafica ed esperienze di vita, ma che scopriranno di avere un aspetto in comune: la necessità di combattere le proprie depressioni, e lo faranno ciascuno alimentandosi delle "vibrazioni positive" dell'altro. Il regista Brad Silberling -qui anche sceneggiatore- ha scelto (felicemente) la fuga dalle regole e dallo spirito di Hollywood: budget ridotto, 15 giorni in tutto di set e una sola giornata per il montaggio. Godibile anche il commento sonoro (in cui spiccano i gruppi Cypress Hill e Deliquent Habits), quasi tutto improntato ad un irresistibile "hip hop chicano" che ti va venir voglia di ballare. Voto: 9
Scritto da: filoattivo alle ore 13:11 | link | commenti | Categoria:
martedì, 22 aprile 2008
Italians do it better

Uscite italiane in sala ad aprile

04/04 Amore Bugie e Calcetto (di Luca Lucini)
04/04 Jimmy della Collina (di Enrico Pau)
04/04 Non Pensarci (di Gianni Zanasi)
05/04 All'Amore Assente (di Andrea Adriatico)
11/04 L'Aria del Lago (di Alberto Rondalli)
11/04 La Seconda Volta Non si Scorda Mai (di Francesco Ranieri Martinotti)
11/04 Riprendimi (di Anna Negri)
18/04 L'Amore Non Basta (di Stefano Chiantini)
18/04 La Velocità della Luce (di Andrea Papini)
24/04 I Demoni di San Pietroburgo (di Giuliano Montaldo)
25/04 L'Anno Mille (di Diego Febbraro)

Scritto da: filoattivo alle ore 20:31 | link | commenti | Categoria:
21
Il trailer di questo film mi ha bombardato inesorabilmente ovunque (cinema e tv) per mesi, e devo dire che mi era parso anche abbastanza invitante, dato che quella manciata di minuti era piena di ritmo, movimento ed immagini stuzzicanti accompagnate ad un intrigante brano dei Doors. Poi finalmente il film arriva nelle sale e scopro, leggendo i quotidiani, che l'accoglienza della critica è piuttosto freddina. Il tema del film era esplicito già nel trailer: un gruppo di studenti eccellenti di matematica, guidati dal loro professore, elaborano un sistema complesso per sbancare il Casinò di Las Vegas. Un argomento che intriga, come sempre al cinema quando c'è l'idea di base della preparazione di un "colpo". Per altri versi, diciamo quelli "concettuali", il mio potenziale coinvolgimento personale era prossimo allo zero in quanto: a) - a scuola sempre detestato la matematica e i numeri b) - mai entrato in un casinò, e mi guardo bene dal farlo c) - sempre detestato il gioco d'azzardo e non gioco mai nemmeno a carte. Semmai, i motivi di interesse erano altri, tipo i tre attori protagonisti, ma di loro parlerò piu' avanti. Che dire di un film che non è niente di che ma si lascia vedere? Ecco. L'ho appena detto, in estrema sintesi. Anche se devo confessare che, rispetto ad un trailer così scattante, un pò di delusione c'è, di fronte ad un film dall'andamento discontinuo. Un film che parte benissimo, carico di promesse stuzzicanti, ma che poi, dopo averci presentato tutti i personaggi e le loro intenzioni, si ripiana su sè stesso e arranca con una certa stanchezza e con blande emozioni; poi, d'improvviso, negli ultimi 20 minuti succede di tutto e di corsa (e infatti il finale -assieme all'inizio- è forse la parte migliore e la piu' sorprendente). Gli attori sono tutti piuttosto bravi, ma secondo me i problemi sono da individuare altrove, e cioè in una sceneggiatura che non ha saputo sfruttare che in minima parte un'idea di per sè molto interessante, e anche -e soprattutto- in una regìa non all'altezza. Risultato: in mano ad un regista accorto ne sarebbe uscita un'opera deliziosa, invece è soltanto "sufficiente". E passiamo alle tre star che dominano il film, cominciando da quella che splende di meno, essendo anche poi un attore molto giovane e di relativa esperienza. Sto parlando di quel Jim Sturgess che ci aveva colpito favorevolmente un pò tutti col celebre "Across the Universe". Jim ha la faccia giusta e se la cava bene, anche se resta l'impressione che finora la sua gamma espressiva non abbia avuto il modo di mostrarsi in tutta la sua completezza: insomma la stoffa c'è, lui è tanto caruccio, ma lo aspetto al varco per ruoli piu' impegnativi ed intensi prima di valutarne la sensibilità di interprete. E poi ci sono due vecchie conoscenze di ogni amante del buon cinema, due facce che si rivedono sempre con piacere. Kevin Spacey con quel suo eterno ghigno da paraculo, sempre talmente ambiguo e diabolico che a volte ti chiedi se anche nella vita sia proprio così bastardo. Spacey è un vero istrione, lo sappiamo bene, talvolta anche oltre i confini del narcisismo. Ma qui interpreta un ruolo (sì, mefistofelico, come sovente gli accade) ma stavolta forse non adeguatamente supportato in sede di sceneggiatura, non abbastanza rifinito insomma. Per quanto, va detto comunque che Spacey evidentemente credeva nell'insieme del progetto, dato che appare accreditato nei titoli di testa fra i produttori della pellicola. Ma il mio gusto personale tende a preferire l'altro attore che nel film è contrapposto a Spacey: il grande (e grosso!) Laurence Fishburne, di cui sono sempre stato un fan. Anche il suo personaggio non pare compiutamente elaborato in fase di scrittura, ma quel suo faccione autorevole si impone e buca lo schermo senza difficoltà. Una critica che ho letto su un paio di quotidiani mi sento di condividerla in pieno: oggi si fanno spesso film troppo lunghi, e questo ne è un esempio lampante. Una storia che poteva compiutamente esprimersi in un'ora e mezza viene allungata (come il brodo) per farle raggiungere e superare le due ore di durata. Così non ci siamo proprio. Fino a pochi minuti fa stavo ancora riflettendo sul tema del film: "sbancare il casinò". A parte il fatto che del piano elaborato nel film non ci ho capito una mazza, essendo estraneo io ai "giochi matematici" come ad ogni sorta di speculazione numerologica, ogni volta che sento parlare di "truffe ai danni di un casinò" la mia reazione è tra l'incredulo e il perplesso: sì, perchè se è vero che esistono i geni della truffa (matematica, tecnologica, etc) è pur vero che oggi è impossibile riuscire ad aggirare certi sistemi di controllo sofisticati da far paura; senza contare poi che in ogni casinò (specie in quelli "storici" di Las Vegas) immagino che ogni singola mossa di ogni singolo giocatore sia spiata da cento telecamere e ripresa da mille occhi attenti al minimo "segnale". Eppure la vicenda del film è autentica, anche se risale alla metà degli anni '90: oggi credo che realizzare una truffa come quella narrata sia alquanto improbabile. Vorrei concludere con la solita considerazione personale, che stavolta mi procurerà accuse di moralismo spicciolo...I giovani protagonisti del film, questa squadra di menti matematiche eccellenti, il cui "sogno americano" è quello di vincere palate di soldi facili (senza lavorare) nella sfavillante Las Vegas (soldi da spendere in abiti griffati e Limousine, come si vede nella pellicola), beh, saranno anche dei "cervelloni dei numeri" ma a me sono sembrati solo -umanamente parlando- dei gran coglioni. Riassumendo: film troppo lungo, attori bravi, regia e sceneggiatura inadeguate...Fate un pò voi. Voto: 6 + (mc 5 )
Scritto da: filoattivo alle ore 09:25 | link | commenti | Categoria:
domenica, 20 aprile 2008
David di Donatello alla Ragazza del Lago

ragazzadellago

10 David a sorpresa per La ragazza del lago
Successo inatteso e clamoroso per l'esordiente Andrea Molaioli che ha sbancato i David di Donatello conquistando 10 statuette con il suo La ragazza del lago e sbaragliando i suoi due maestri, Nanni Moretti e Carlo Mazzacurati, con i quali ha lavorato in passato come assistente alla regia.

La giuria ha assegnato al quarantenne filmaker romano i premi principali: miglior film, miglior regia e miglior regista esordiente. Come previsto, statuetta anche al protagonista del film Toni Servillo. Alla Ragazza del lago anche i riconoscimenti per la miglior sceneggiatura, miglior produttore, montatore, direttore della fotografia, fonico, effetti speciali.
Agli altri films italiani sono rimasti solo le briciole. Moretti non era molto di compagnia l'altra sera.
Scritto da: filoattivo alle ore 21:14 | link | commenti | Categoria:
MR73
Parlando di questo film il rischio è quello di andare a pescare da un repertorio di parole spesso abusate: cupo, oscuro, buio, nero, e via dicendo. E invece mai come stavolta questi attributi sono azzeccati, trattandosi di una pellicola DAVVERO incline al buio e al cupo. Ed è proprio questa sua chiave stilistica ad attribuirgli un irresistibile fascino. Erano anni che non mi capitava di vedere al cinema una così parossistica ed estrema rappresentazione del pessimismo come chiave di lettura delle vite umane e dei loro destini. Un pessimismo che ti prende alle viscere e ti scuote brutalmente, in questo "noir estremo" che affascina fin dalle primissime inquadrature. Premetto che il mio giudizio totalmente positivo non tiene in alcun modo conto delle due pellicole precedenti dello stesso regista (che con questa formano una ideale trilogia), in quanto me ne è sfuggita a suo tempo la visione. Che poi, definirlo "noir" forse non è del tutto esatto, perchè il film travalica i confini del genere, superandoli ampiamente, qui è tutto molto piu' angoscioso, nichilista e negativo, come negativo è lo sguardo pessimista del regista Olivier Marchal sulle miserie umane. Il mondo dipinto da Marchal è un inferno, un luogo di sofferenza in cui non vale nemmeno piu' la pena vivere, e dunque la violenza e la morte appaiono come le uniche entità che conducono alla liberazione. Che allegria eh? Eppure, badate, che è proprio questo registro tragico che rende il film seducente e affascinante (ovviamente per chi è disposto a farsene contagiare, va da sè che mica è un cinema per famiglie...). Efficace e potente il tormentato protagonista, Daniel Auteuil in gran forma, un poliziotto che cade a pezzi, lacerato nell'anima e consumato nel fisico, la cui dolente malinconìa moltiplica per mille quella di altri analoghi poliziotti "sgualciti" già visti sugli schermi. Questo detective umiliato in quanto privato di ogni dignità professionale, condannato ad una devastante solitudine, dominato dall'ossessione della ricerca della verità...è davvero un personaggio memorabile in ambito cinematografico. Il dramma ha come sfondo una Marsiglia di cui la cosa piu' positiva che si può dire è che pare continuamente battuta dalla pioggia: figuriamoci il resto; la città ci appare da subito ostile, oscura, inospitale. Il nostro detective porta sul volto consumato e ruvido i segni indelebili delle sue tragiche vicende famigliari, che hanno poi trovato come inevitabile sponda l'uso indiscriminato di alcool e sigarette: insomma un tipico caso di uomo alla deriva, con evidenti segnali autodistruttivi, il quale però fissa una propria ragione di vita (e/o di riscatto) nella protezione di un altro essere come lui condannato al dolore e all'ossessione dei ricordi, una giovane donna sopravvissuta ad un massacro. Piccola parentesi per segnalare la bravura di questa giovane attrice, la graziosissima Olivia Bonamy. Come si vede, una vicenda colma di dolore, pietà, tragedia. Ma oltre alla sceneggiatura, un ruolo primario ce l'hanno gli ambienti, le scenografie e soprattutto una fotografia -assolutamente "sporca"- che conferisce all'ambientazione del film un aspetto "malato" e in qualche modo disturbante. A dire il vero, è come se i film fossero due in uno, facenti capo entrambi alla figura del protagonista: due sono le tragedie omicide, due i serial killer, due i percorsi narrativi che procedono in parallelo, ma è inutile adesso qui soffermarsi sui dettagli, che ognuno potrà scoprire da sè vedendo il film, cosa che auspico voi facciate. Un discorso a parte merita la rappresentazione che viene tratteggiata del corpo di Polizia, che ne esce decisamente con le ossa rotte: un mondo composto da persone subdole, ciniche, ipocrite, corrotte...un tristissimo contraltare alla delinquenza e alla malavita. Ma la cosa piu' singolare in tutto questo è che Olivier Marchal -che del film è l'anima, avendolo scritto e diretto- è proprio un ex agente di polizia, e dunque conosce alla perfezione ciò di cui parla. Eppure, nonostante il film sia impregnato di cupo pessimismo fino al midollo, un finale tragico ma catartico indurrebbe ad individuare quasi un ideale passaggio di consegne tra la morte ed una nuova vita che nasce. Prima di concludere vorrei tributare un ulteriore omaggio a Daniel Auteuil, del quale ormai sottolineare la versatilità è diventato perfino banale: se diamo un'occhiata alla sua ormai lunga galleria di personaggi troviamo ruoli assolutamente differenziati, con scelte che alternano felicemente il comico al drammatico. E consentitemi di chiudere con un'amara riflessione personale. Il problema si ripresenta quasi ogni volta che vedo un film francese, sia comico o drammatico poco cambia. Perchè diamine i nostri cugini francesi riescono a realizzare un film di tale potenza e di tale "peso specifico" mentre noi italiani ce lo sognamo?? Se noi pensiamo che "Romanzo criminale" (che forse rappresenta il punto di qualità massima raggiunto da un film italiano poliziesco) se posto a raffronto con "L'ultima missione" ci fa una figurina assai modesta, beh, qualcosa che non va ci deve pur essere. Forse che noi agli Auteuil possiamo contrapporre giusto gli Accorsi, i Mastandrea o i Favino? Sarà una questione di sceneggiatori validi che mancano (come io sostengo da sempre)? O, chennesò, sarà una questione di soldi? Parliamone. Voto: 10
Scritto da: filoattivo alle ore 21:11 | link | commenti (1) | Categoria:
lunedì, 14 aprile 2008
In amore niente regole
Per una volta, consentitemi di partire dalla fine, cioè da ciò che di solito occupa le righe conclusive di ogni mia recensione, vale a dire la colonna sonora. L'autore della soundtrack di questo film è infatti un genio assoluto della musica, uno di quei talenti immensi di fronte a cui ci si dovrebbe ogni volta togliere il cappello. Randy Newman, uno dei miei miti da sempre, è musicista raffinato e geniale, nonchè persona colta, acuta ed intelligente. E in questo film riesce perfino a ritagliarsi un piccolo spazio che lo vede fare ciò che gli riesce meglio e cioè sfiorare i tasti del pianoforte, (all'interno di un bar mentre sta impazzando una rissa) lo si vede inquadrato per pochi secondi. Chiedo scusa per il mio entusiasmo ma davvero di musicisti come Newman ne nasce uno ogni morte di papa. E veniamo al film, che è godibile e divertente, e che si rifà a dei modelli antichi ai quali vorrebbe essere un omaggio. E il modello è, evidentemente, la commedia brillante classica americana degli anni '20, anni che qui vengono ricostruiti alla perfezione, con attenzione maniacale ai dettagli (treni, salotti, alberghi, abiti, automobili): una scenografia impeccabile che regala suggestioni legate a quell'epoca che viene qui evocata con sapienza e competenza in modo coinvolgente. Al centro della vicenda la nascita del football americano, con le sue controverse regole agonistiche e con i suoi eroi rudi e maldestri. Precisamente, l'attenzione della sceneggiatura si focalizza su quel delicato momento di passaggio che vide il football USA trasformarsi da attività amatoriale priva di regole, ed anche piuttosto violenta, a professione sportiva a tutti gli effetti, sottoposta a codici e norme. Clooney ha realizzato il suo sincero atto d'amore verso le vecchie commedie romantiche hollywoodiane, quelle in cui primeggiavano i Cary Grant o i Clark Gable, che qui sono per lui il preciso modello su cui ricalcare uno stile di recitazione. E Clooney in questo è maledettamente bravo, la sua brillantezza è tale che in certi momenti sembra proprio di vedere al lavoro il miglior Cary Grant. La ricostruzione delle sorti del football americano è interessante anche per chi, come il sottoscritto, ne è privo di qualsiasi cognizione tecnica. Ed implica anche uno sguardo critico sul mondo dello sport e dei suoi valori, tanto che quando si parla di procuratori corrotti o di commissari nominati a ristabilire la verità su illeciti sportivi, noi italiani non possiamo fare a meno di collegare certe situazioni con la nostra "calciopoli": c'è anche un losco personaggio (interpretato dall'ottimo Jonathan Pryce) nel quale possiamo ravvisare curiose analogìe col nostro Moggi. Clooney impersona il capitano della squadra dei Duluth Bulldogs, squadra che si dibatte in difficoltà economiche e che per questo rischia lo scioglimento. Nella vicenda entra poi una giornalista d'assalto che intende far luce su un oscuro episodio bellico che viene sbandierato per attribuire un presunto alone di eroismo ad un giovane giocatore emergente. Ovvio che tra la giornalista e il "capitano" Clooney scocca la magica scintilla, ma anche il giovane giocatore presunto "eroico" è coinvolto e non gradisce la love story essendo anche lui invaghito della bella giornalista. Insomma si innesca un meccanismo di schermaglie amorose che fa rivivere i tempi in cui duettavano, punzecchiandosi amabilmente, Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Il talento di Clooney è ormai conclamato, attore che svetta come pochi in brillantezza, simpatia istintiva, sapiente autoironìa, immensa versatilità. E come regista ha dato prova di qualità crescente, realizzando finora tre film pregevoli, confermandosi indiscutibilmente versatile anche come regista (i suoi tre film non potrebbero essere piu' diversi fra loro!). I problemi arrivano con la Zellweger, di cui non intendo disconoscere le qualità, ma direi che è una questione di "pelle": l'attrice non mi è mai piaciuta e -ripeto- non è che non sia brava ma trovo il suo repertorio di smorfiette, boccucce e mossettine francamente insopportabile, in quanto emblema di un narcisismo che ha pochi uguali nel cinema. Difetti che lei ha sempre avuto ma che qui sembrano esplodere. Tuttavia la nostra Renèe non riesce a scalfire la qualità di un prodotto ampiamente riuscito, efficace e coinvolgente, per merito appunto del talento di Clooney, il quale aspira a diventare, tra regìa e recitazione, la piu' importante ed acclamata star di Hollywood. E se aggiungiamo che George è anche persona intelligente e con una propria accorta e consapevole visione del mondo, beh, direi che il quadro è perfetto: può un uomo essere piu' fortunato? Voto: 9 (mc 5 )
Scritto da: filoattivo alle ore 06:13 | link | commenti | Categoria:
domenica, 13 aprile 2008
Shoot 'em up
A proposito di questo film, bisogna scegliere con quale atteggiamento porsi di fronte alla visione. Se uno lo vede con l'intento "moralizzatore" di chi va in cerca di cinema di presunto cattivo gusto (o sopra le righe, o fanfarone, o diseducativo) da additare quale esempio negativo di stile, qui troverà pane per i suoi denti. Chi invece voglia semplicemente "spegnere il cervello" ed abbandonarsi alla fantasia sfrenata di un mondo a fumetti dove ogni mossa è esagerata ed inverosimile, si divertirà come un bambino per un'ora e mezza. I personaggi protagonisti Smith (Clive Owen) e Hertz (Paul Giamatti) infatti, non possono esser presi sul serio, è evidente che si tratta di personaggi caricati di elementi "eccessivi" che li accomunano piu' ai cartoons che al mondo reale. Insomma io, di fronte ad una rappresentazione così dilatata della realtà, mi sono fatto due o tre ghignate sincere. Anche se poi viene facile, di fronte ad un'opera così sopra le righe, eccedere in un senso o nell'altro: a fronte di chi lo ha bollato -senza se e senza ma- come cinema spazzatura, esiste anche un pubblico che lo ha già elevato a cult-movie. Vi sono presenti infatti certe immagini che -a detta di alcuni- fanno già parte dell'immaginario cinematografico, tipo quella di Owen che avanza minaccioso tenendo nella mano destra la pistola fumante e in quella sinistra un neonato (poverino, che viene sballottato -nella finzione s'intende- come un sacco di patate). Di fronte a quest'elevato tasso di funambolismo, piu' d'uno ha tirato in ballo il cinema di Hong Kong e in particolare, ovviamente, il maestro John Woo e una pellicola (che io ahimè non ho mai visto) intitolata "Hard Boiled". A me poi, vedendo queste scene d'azione esagerate e grottesche, è venuto in mente anche un altro nome, Luc Besson; anche se mi sembra che qui l'ironia che accompagna sempre le scene piu' movimentate sia presente in dosi maggiori e piu' ostentate, rispetto al cinema del regista francese che spesso si prende troppo sul serio anche nei momenti piu' inverosimili. E che dire del fenomeno Monica Bellucci?? Assodato che la sua performance è da annoverare fra le sue piu' "tremende" in assoluto, o uno la prende in ridere buttandola sul grottesco, oppure uno si mette il cuore in pace che per la nostra "Monicona" speranze di riscatto artistico ne vedo poche all'orizzonte e dunque è il caso di rassegnarsi. Ma c'è anche chi, in nome della sua giunonica bellezza, le perdona tutto, anche quello che fa in questo film: cioè sciorinare colorite espressioni in dialetto partenopeo, con esiti indescrivibili. Quanto ai due protagonisti, Owen è a suo agio nel ruolo di un vero-duro-ma-con-l'anima, che raccoglie e rilancia la sfida del rivale Giamatti, la cui crudeltà è talmente estrema e totalizzante da farne una macchietta esilarante. C'è una scena (forse anche eccessiva nel cattivo gusto) in cui lui freme di piacere accarezzando il seno di una donna morta e lì esprime con gli occhi una perversione notevole: chi l'avrebbe mai detto del buon Paul Giamatti, vero?? Il tutto, dunque, è ampiamente digeribile, data la breve durata di appena 86 minuti: insomma, per chi lo saprà apprezzare, un vortice di sparatorie e inseguimenti che ti stordisce appagando la tua voglia di evasione, senza la minima pretesa autoriale. La colonna sonora per un action-movie che è quasi un fumetto non poteva essere altro che una valanga di hard rock classico e rintronante, dagli Ac/Dc ai Motorhead. Un delirante e surreale cocktail di azione violenta ed umorismo che tutto sommato funziona e regge bene anche in rapporto alla breve durata della pellicola. A patto di sorvolare sulla Bellucci, il divertimento c'è. A parte il fatto che ascoltare Super Monica che pronuncia frasi napoletane però con inflessione umbra è una di quelle esperienze che ti cambiano la vita...Non è mancato poi chi ha creduto di ravvisare nel film un atto d'accusa verso l'America e verso lo sconsiderato uso delle armi che là viene praticato, ma quest'ultima opinione la riporto così come l'ho letta, può anche essere ma non ne sono così sicuro. (PS:) Mi sa che Giuliano Ferrara non ha saputo di "Shoot 'em up", sennò lo avrebbe già utilizzato (la scena iniziale) come supporto alle sue tesi nei suoi comizi, così come ha fatto disinvoltamente con "Juno". E giu' altre uova e pomodori. Voto: 7 +
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sabato, 12 aprile 2008
Scritto da: filoattivo alle ore 19:56 | link | commenti | Categoria:
venerdì, 11 aprile 2008
Nonantola Film Festival
La seconda edizione del Nonantola Film Festival è in programma da mercoledì 23 aprile a domenica 4 maggio (con un'anteprima venerdì 11 aprile) nella cittadina modenese celebre per la sua millenaria Abbazia e per l'Istituto della Partecipanza Agraria, una delle ultime forme di proprietà collettiva di origine medievale ancora presenti in Italia.

Il festival è organizzato dal Comune di Nonantola che con questa iniziativa intende chiaramente promuovere il proprio territorio e nel contempo coinvolgere un po' tutta la cittadinanza. Infatti, se il cinema in cui avvengono le proiezioni è la Sala Massimo Troisi in viale Rimembranze 8, la sede del festival è, per così dire, diffusa, nel senso che tutta la cittadina di Nonantola viene invasa dalle troupe dei giovani cineamatori intenti nella realizzazione dei loro cortometraggi, in particolare nei giorni dal 23 al 27 aprile.

Questi giovani film-maker sono gli attesi partecipanti alla seconda edizione della gara "4 giorni corti", dopo il grande successo del 2007. Il programma del Nonantola Film Festival prevede anche il nuovo concorso per sceneggiature "Scene di Paese", finalizzato alla realizzazione di un cortometraggio sul tema del lavoro, una rassegna dedicata al cinema di animazione sperimentale e con elevati contenuti artistici, proiezioni di lungometraggi alla sera e alcuni incontri con autori italiani.

Tutti i concorsi e le proiezioni sono ad iscrizione ed ingresso gratuiti.

"4 giorni corti" è il titolo della gara di cortometraggi a tema aperta a tutti gli amanti del video, dilettanti e semiprofessionisti. L’obiettivo della gara è promuovere il territorio, le storie e i personaggi di Nonantola in un corto di quattro minuti, dai titoli di testa ai titoli di coda, concentrando tutta la lavorazione, dalla sceneggiatura alla post-produzione, in soli quattro giorni dal 23 al 27 aprile. In primo luogo la città di Nonantola deve apparire in almeno una scena di ciascun film. Il corto deve poi contenere altri elementi obbligatori che vengono comunicati la sera del 23 aprile presso il Cinema Teatro Massimo Troisi e deve rispettare il genere assegnato per sorteggio. Le opere devono essere consegnate entro le ore 23 di domenica 27 aprile su supporto DVD video o cassetta mini DV.
Sono 20 i film finalisti che vengono selezionati e proiettati presso la Sala Troisi durante la serata finale del Festival domenica 4 maggio. I premi in denaro che vengono assegnati sono 4: il premio per il miglior cortometraggio di 1000 Euro, e ulteriori riconoscimenti da 250 euro ciascuno per la migliore recitazione, la migliore sceneggiatura e la migliore colonna sonora originale.

Novità della seconda edizione del Nonantola Film Festival è il concorso per sceneggiature "Scene di Paese", sul tema del lavoro. Questo concorso ha come obiettivo la scrittura di una sceneggiatura per un corto della durata massima di 10 minuti e la successiva realizzazione del film che deve essere ambientato prevalentemente a Nonantola o nel suo territorio.
All'autore prescelto viene attribuito un premio di 2.500 Euro ed un contributo fino al massimo di 7.500 Euro per la realizzazione del film che deve essere ultimata entro la fine del festival. L'importo esatto del contributo viene poi stabilito in base alle reali spese sostenute e documentate.

L'edizione 2008 del Nonantola Film festival dedica poi una interessante anteprima al cinema di animazione italiano.
Venerdì 11 aprile alle 21 è in programma una rassegna dedicata ad alcuni autori indipendenti italiani che presentano film di tipo sperimentale e con elevati contenuti artistici, realizzati perlopiù con tecniche tradizionali, dove la matita, i colori e gli acetati sono ancora protagonisti, rispetto al dilagante fenomeno dell'animazione digitale e in 3D. La serata è organizzata in collaborazione con la Gallera d'Arte modenese D406.
Tra gli ospiti la toscana Ursula Ferrara, che ha autoprodotto e realizzato in autonomia 8 piccoli film in oltre 20 anni di carriera, dai primi in bianco e nero "Lucidi folli" e "Amore asimmetrico", fino agli ultimi a colori "La partita" e "News", tutti film presentati nei principali festival del mondo e a cui recentemente è stata dedicata una retrospettiva al Festival di Locarno. Nella serata è presente anche il marchigiano Simone Massi, un giovane e affermato autore italiano che ha scelto anche lui la difficile strada della autoproduzione in autonomia. Nella sua carriera dal 1995 ad oggi ha realizzato 17 corti, moltissimi dei quali premiati nei più importanti festival del mondo, e in particolare gli ultimi "Tengo la posizione", "Piccola mare", "Io so chi sono" e soprattutto "La memoria dei cani", film che lo hanno consacrato come uno degli autori più interessanti del panorama internazionale dell'animazione disegnata in modo tradizionale, con la grande capacità di creare atmosfere in bianco e nero in bilico tra frammenti di sogni e ricordi introspettivi.
Tra gli altri ospiti vi sono anche due autori modenesi indipendenti: Cinzia Ghioldi che insegna all'Istituto d’Arte Venturi, recente co-vincitrice del Premio Avanti! al Torino Film Festival 2007 col film "Cadono le mamme", e Lorenzo Fonda, poliedrico artista e filmmaker, che ha prodotto in carriera numerosi corti in animazione realizzati anche in Flash, film documentari in live action e spot commerciali. Lorenzo Fonda è stato tra l'altro protagonista anche di una mostra personale promossa nel 2003 dalla Provincia di Modena dal titolo Their circular life, nell'ambito della manifestazione aniMOweb.
La serata si conclude con la proiezione di alcuni dei migliori cortometraggi d’animazione prodotti negli ultimi anni dagli allievi dell’Istituto Statale d’Arte di Urbino, sotto la guida dei docenti Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti. Questo Istituto d'Arte risulta particolarmente importante per il mondo dell'animazione autoriale italiana, da sempre ha "sfornato" artisti di primissimo piano come lo stesso Simone Massi e Gianluigi Toccafondo.
Sempre sul tema dell'animazione, domenica 27 aprile dalle 16.30, dopo il cortometraggio "Oggetti ribelli" viene proiettato il film "Azur e Asmar" del francese Michel Ocelot, un film molto particolare, dalla grafica meravigliosa, e che affronta con coraggio il tema della diversità e del confronto tra occidente e oriente.

La rassegna di lungometraggi propone infine alcuni capolavori del cinema d'autore italiano e straniero. Le proiezioni hanno tutte inizio alle ore 21, un film per sera.

Si comincia giovedì 24 aprile con il film "Le vite degli altri" (2006), opera prima di Florian Henckel von Donnersmarck e premio oscar come miglior film straniero. L'opera tratta della vita nella ex Repubblica Democratica Tedesca sotto il controllo oppressivo della Stasi. Il tema del potere viene trattato anche nelle serate successive con altri due omaggi alla cinematografia internazionale: venerdì 25 aprile è in programma il capolavoro di Chaplin "Il grande dittatore" (1940), e domenica 27 aprile è il turno del film "Il grande capo" (2006) del visionario regista danese Lars von Trier.
Gli altri appuntamenti sono col cinema italiano più recente e di qualità: sabato 26 aprile è in calendario "L'aria salata" (2006) di Alessandro Angelini, giovedì 1 maggio "Volevo solo dormirle addosso" (2004) di Eugenio Cappuccio, venerdì 2 maggio "La seconda notte di nozze" (2005) di Pupi Avati, sabato 3 maggio "La ragazza del lago" (2007) di Andrea Molaioli.

Nel programma della rassegna sono previsti anche due importanti incontri con autori italiani.

Lunedì 28 aprile il regista Giorgio Diritti propone e commenta la sua opera prima "Il vento fa il suo giro" (2005), un film rivelazione che ha ottenuto numerosi riconoscimenti anche a livello internazionale. Si tratta di un film indipendente prodotto in modo particolare, ovvero con l'autofinanziamento dei componenti della troupe cinematografica che lo ha realizzato, e che sono divenuti così coproprietari dei diritti sulla pellicola.

Il secondo incontro è in programma martedì 29 aprile con Carlo Crivelli, un compositore italiano, autore di numerose colonne sonore di film, e che in particolare ha intrecciato una collaborazione pluriennale fin dal 1986 col regista Marco Bellocchio. Nel corso della serata viene proiettato anche il film "Il principe di Homburg" (1999) del regista piacentino, con la colonna sonora dello stesso Crivelli.

Il Nonantola Film Festival si conclude nella serata di domenica 4 maggio con la proiezione dei film realizzati nei due concorsi "4 giorni corti" e "Scene di Paese" e con le rispettive premiazioni.

Per informazioni:
tel. 059.896625
Segreteria e concorso "Scene di Paese":
segreteria@nonantolafilmfestival.it
Concorso "4 giorni corti":
corti@nonantolafilmfestival.it
Scritto da: filoattivo alle ore 20:57 | link | commenti | Categoria:
giovedì, 10 aprile 2008
arrivano in italia BLIXA e soci
Scritto da: filoattivo alle ore 18:19 | link | commenti | Categoria: