
Il senso, a tratti davvero potente, del cupo, della tragedia, della ferocia, accompagnano una struttura narrativa che potrebbe essere, sulla carta, quella di un thriller. Ma definire questo film un thriller (magari noir) sarebbe limitativo ed anche ingiusto. Perchè quel senso del tragico cui accennavo ha svolte talmente inattese nel grottesco, che questo film è, in definitiva, solo "una storia", poi con dentro quelle metafore che ciascuno ritiene di vederci (sull'America di oggi, sul succedersi delle generazioni, sull'ineluttabilità della morte, sulla ferocia dell'animo umano, e via dicendo). Tutti i critici, all'unanimità, concordano sul ritorno a livelli elevatissimi dei Coen, dopo un paio di prove minori (però "Ladykillers" mi aveva divertito). Fra parentesi, devo dire che quest'anno alla premiazione finale degli Oscar (nel momento in cui sto scrivendo manca un solo giorno alla data) sono arrivati (entrambi con 8 nominations ciascuno, peraltro meritatissime) proprio i due film migliori, quelli piu' degni (l'altro è "Il petroliere" di Paul Anderson): due film molto diversi ma entrambi capolavori destinati a lasciare tracce nel cinema contemporaneo. Non ho letto il romanzo originario firmato da Cormac Mc Carthy, ma chi lo ha fatto assicura che il film ne è trasposizione fedele; e la storia narrata è già di per sè interessante. I Coen ci mettono la loro geniale fantasia creativa, il loro stile inconfondibile che accompagna una base narrativa da thriller ad un meraviglioso senso del grottesco; e quest'ultima caratteristica viene qui distillata in modo finissimo e sapiente: non era facile far trasparire questa singolare ironia da un impianto così drammatico e all'insegna di un mondo spietato e senza speranze. Ma questo è un concetto difficile da spiegare a chi non conosce già il mondo dei Coen: non è che sia (banalmente) un film drammatico con siparietti ironici. No. Qui l'Arte dei due fratelli del Minnesota è molto piu' complessa nella propria espressione: diciamo che è un film piuttosto cupo e drammatico ma con un incedere a tratti talmente angoscioso da sconfinare spesso nel grottesco. Interessante sarebbe analizzare (ma non è questa la sede idonea per farlo) gli eventuali punti di contatto e quelli divergenti fra i Coen e il cinema di Tarantino: due stili assai diversi ma accomunati dalla tendenza a mixare l'azione ed il thriller noir col surreal-grottesco, con risultati in entrambi i casi godibilissimi per l'appassionato cinefilo. Probabilmente (e qui chiudo la parentesi scusandomi per la digressione) ciò che principalmente li differenzia è che quell'elemento giocoso che nel caso di Tarantino si spinge spesso verso l'infantile ed il demenziale, nei Coen rientra in stilemi piu' classici e maturi. La vicenda è presto detta: un tizio (che fra l'altro è reduce del Vietnam) mentre va a caccia nel deserto al confine fra Texas e Messico, trova casualmente dei cadaveri vittime di uno scontro a fuoco fra bande di narcotrafficanti, e soprattutto trova una valigetta strapiena di dollari. E già questo è sufficiente a far intuire che nel preciso istante in cui l'uomo tocca la valigetta è automaticamente nel mirino di qualcuno. Che infatti gli spara contro e lo fa anche rincorrere da un cane piuttosto aggressivo. Quel che ne segue è un sistematico e continuo inseguimento del tizio da parte di due personaggi: un anziano sceriffo malinconico e riflessivo, e un truce individuo assolutamente incredibile, uno psicopatico tra i piu' feroci e "sbalestrati" mai visti al cinema. Si diceva di questa felice attitudine dei Coen a far scaturire un senso dell'umorismo anche dalla crudeltà, a trasformare l'allucinante in bizzarro. Con una sorpresa, però: non credo di sconfinare nello spoiler se dico, infatti, che c'è nel film un gesto finale che non t'aspetti, un insospettabile piccolo segno d'umanità da parte di chi, devastato nella mente e nel corpo, pareva proprio essere la negazione di ogni attitudine alla comprensione dell'"altro". Dipende poi anche dal significato che ciascuno intende attribuire a quel piccolo gesto. Comunque, a quel punto, il film termina così bruscamente che ti lascia lì da solo, a riflettere, mentre scorrono i titoli di coda. L'immagine piu' efficace a rappresentare il film è proprio questo killer spietato quanto sopra le righe, ma è una figura piu' complessa di quanto si possa supporre: infatti pare che l'occhio della regìa si posi su di lui con sguardo di pietà, considerandone quel senso di solitudine infinita che lo devasta e che probabilmente muove la sua follìa omicida. Altro enorme pregio dei Coen è quello di riuscire a riprodurre sullo schermo dei "caratteri" riconoscibili (uno sceriffo sul viale del tramonto, un killer disturbato, un reduce dall'aspetto burbero ma dal cuore buono) senza mai ridicolizzarli a facili stereotipi, ma anzi arricchendoli di sfumature sorprendenti. Il cast è ottimo, come si usa dire in questi casi "in stato di grazia". Dialoghi scintillanti, catterizzazioni straordinarie. E paesaggi d'atmosfera texani splendidamente fotografati. Insomma, a questo film pare non mancare nulla. E vediamolo nel dettaglio, questo cast. Partendo dal quasi cammeo di Woody Harrelson, il quale in una decina di minuti scarsi riesce ad offrire una prova eccezionale in cui conferisce tutta la sua esperienza professionale di attore consumato. Tommy Lee Jones perfetto, col suo volto legnoso che è ormai una maschera di rughe, nel ruolo dolente e malinconico di un uomo che è testimone sbigottito di un mondo che cambia e che lui non riesce piu' a comprendere: proprio come era amareggiato ed impotente di fronte ai "cambiamenti" (anche se qui con toni piu' disillusi) il protagonista di "Nella valle di Elah". Josh Brolin: ecco un attore che mi è stato sempre istintivamente simpatico e che meriterebbe maggiore popolarità. Forse è per questo che mi è dispiaciuto per il destino amaro che la sceneggiatura gli ha riservato, ma mi fermo qui perchè stavo sfiorando lo spoiler...Comunque un grande Brolin, nel ruolo di un uomo comune che raccoglie con coraggio e dignità l'impari sfida con qualcosa di assai prossimo al Male Assoluto. Javier Bardem. Un attore problematico, direi, proprio perchè ondivago. Tutti lo sappiamo da quale scempio di film egli provenga, eppure qui assurge quasi a "padre di tutti i serial killer", nel senso che con questo ruolo riesce quasi a cancellare tutte le altre figure di assassino seriale che conserviamo nella memoria. Sì, Bardem rientra in quella categoria di attori che, se non possono contare su un ottimo copione e su un bravo regista, sono sempre a rischio. E quella cavolo di capigliatura, a metà fra il "paggetto" e il "caschetto beat" meriterebbe l'Oscar anche chi l'ha ideata... Un Paese in cui il confine fra Texas e Messico è ormai terra di nessuno, un Paese in cui non valgono piu' nemmeno i vecchi "codici d'onore" sostituiti da una nuova criminalità senza piu' regole e senza nessuna pietà, un Paese dove anche il West che conoscevamo è cambiato per sempre, un Paese dove per sopravvivere ci si deve affidare ai sogni...No, non è piu' un Paese per vecchi.
Brother (Brother, U.S.A./Jap/Gb, 2000). Regia di Takeshi Kitano. Con Ren Osugi, “Beat” Takeshi, Omar Epps, Kuroudo Maki, Masaya Kato, Susumu Terajima. Drammatico, 110 ′
Notte tra ven e sab RETE 4 ore 2.25
Il giorno Venerdì 29 Febbraio 2008 il film documentario su Joe Strummer girato da Julien Temple verrà proiettato nei seguenti cinema italiani :
ANCONA : Cinema Azzurro
BOLOGNA : Cinema Lumiere
SESTU (CAGLIARI) : Galaxy Cine Village
PADOVA : Multisala Porto Astra
UDINE : Cinema Multisala Fiamma
TORINO : Cinema Nazionale
ROMA : Cinema Multisala Fiamma
Il film verrà altresì proiettato Venerdì 7 marzo, in ritardo di una settimana, nelle città di MILANO, FIRENZE, NAPOLI, BARI.