Capolavoro. E senz'altro il film più riuscito tra quelli firmati da Haneke. E gli elementi che ti catturano il cuore (oltre al cervello, naturalmente) sono più d'uno. Intanto una sceneggiatura sapiente che implica un'evoluzione dei fatti da "giallo" con fortissime tinte dark. Avvincente infatti il succedersi di questi eventi misteriosi che accadono lungo tutto il film, calati in un'atmosfera ambigua, piena di presentimenti oscuri, di segni indecifrabili, di interrogativi incombenti, di gesti senza significati apparenti. I due giovani innamorati protagonisti sono persone semplici, dal cuore tenero, dall'indole umile e dolce, ma attorno a loro si muove un universo oscuro, un verminaio di persone bacate, ossessionate, crudeli, contaminate dal virus del Male, custodi di pensieri malefici e di orribili intimi segreti. E in questo inferno sono coinvolti anche i bambini, anch'essi estremamente ambigui, misteriosi, detentori di segreti inconfessabili. Quei bambini che dovrebbero per definizione essere portatori di suprema innocenza, ne nascono già privi, in quanto eredi di genitori corrotti e contaminati dal Male. Tutto questo "marciume" è narrato da Haneke secondo modalità semplicemente sublimi. Lo spettatore viene catturato da questa vicenda torbida, talmente oscura e palpitante di drammatica umanità da appassionare fin dalle prime inquadrature. Detto che la sceneggiatura è fortemente attraente (per inciso frutto del genio dello stesso Haneke) diciamo anche che il regista si è avvalso di un cast fantastico, composto di attori superlativi, attori che superano in talento parecchi loro sopavvalutati colleghi hollywoodiani. Ovviamente, per quanto alcuni di quei volti mi pare di averli già visti, essi appartengono a nomi talmente "crucchi" che proprio non me la sento di riportarli qui, sarebbe una missione impossibile. Altro fattore vincente, dopo sceneggiatura e cast, è lo stile di Haneke; una regìa impeccabile nella quale è difficile individuare anche il più piccolo dei difetti; una messa in scena sobria, raffinata e gelida, geometrica, che genera malessere diffuso nell'animo dello spettatore. E ho tenuto per ultimo il fattore forse più importante: un efficacissimo, straordinario, emotivamente coinvolgente, stupendo bianco e nero. Un bianco e nero -peraltro frutto di un processo tecnico piuttosto complicato- che fa innamorare, davvero. Il film dura una piccola eternità (145 minuti) e possiede in questo senso una caratteristica singolare, da aggiungere ai meriti della pellicola: è dotato di tempi che si fanno a tratti molto dilatati, eppure non annoia mai, e credo di poter spiegare il perchè. A parte il fatto che lo spettatore fin dall'inizio a certi tempi lenti si abitua di buon grado conquistato da una sceneggiatura che -appassionandolo- lo "piega" a quei tempi, di spiegazione ce n'è un'altra: anche quando la macchina da presa indulge sui volti o sugli sfondi, lo spettatore non cessa mai di godere -letteralmente- di quell'incredibile bianco e nero, talmente seducente allo sguardo da rendere impossibile un calo d'attenzione. Siamo all'inizio del '900, in un villaggio tedesco, dove accadono strani eventi apparentemente inspiegabili, ma che in mancanza di colpevoli e di plausibili moventi, tutto fa pensare siano da attribuire ai ragazzi del posto, decisamente irrequieti ed infelici poichè oppressi ed educati secondo criteri estremamente rigidi. Vediamo sfilare una galleria di personaggi uno più malefico dell'altro. Un dottore vedovo che abusa della giovane figlia e riversa sulla governante-amante un odio talmente sprezzante da risultare inaccettabile (c'è un memorabile dialogo che lascia attoniti gli spettatori in cui il medico esprime alla donna tutto il suo disprezzo, e credo mai prima d'ora d'aver assistito al cinema ad una scena di umiliazione così inaudita...). Eppure quest'uomo ipocrita è rispettato e stimato dalla comunità, che è preoccupata per lui quando, cadendo da cavallo, è vittima di un incidente. Poi c'è un laido sovrintendente, anch'esso in odore di attenzioni pedofile verso una giovane bambinaia. Ma la figura centrale (peraltro rappresentata da un attore magnifico!) è quella del Pastore, un uomo "malato", ossessionato dalla morale e dal rigore, che non esita -naturalmente in funzione educativa- a ricorrere alla frusta coi suoi figli, che egli pretende di crescere puri ed incontaminati. Arrivando perfino a legare le braccia al letto ad uno di quei figli, per impedirgli di masturbarsi. Poi c'è il Barone, altro bel "galantuomo", che nel villaggio è considerato un pò il padrone di tutto e di tutti, altra figura ipocrita di "Signore" che domina su tutto ma che in qualche occasione concede la sua "magnanimità" verso il popolo ignorante che lo teme e lo rispetta, come quando alla festa del raccolto invita tutti quanti a bere e mangiare a volontà. Salvo poi veder affiorare vecchi scheletri sotto forma di nuove incrinature, come quando la "brava moglie" di punto in bianco lo pianta in asso alla fine del film. Bell'ambientino, insomma. In questo scenario alquanto disgustoso, si muovono non senza difficoltà i due giovani amanti: il maestro trentenne del villaggio, che è dipinto come "buono" forse perfino con toni eccessivi, al punto che francamente appare anche un pò coglione, e la timidissima e castissima bambinaia sua promessa sposa. Tra l'altro è proprio la voce narrante del maestro, nel frattempo diventato vecchio, che ci guida attraverso tutto l'evolversi della storia. E qui devo aggiungere che il doppiatore italiano di questa voce fuori campo ha fatto davvero un ottimo lavoro. Questo film ha un suo senso, piuttosto chiaro ed evidente. Vale a dire la teoria che tutto questo ribollire di ipocrisia, rigore, autoritarismo esagitato, sopraffazione morale, puritanesimo sadico...ecco, tutti questi elementi messi assieme, hanno costituito il terreno più fertile e propizio per l'avvento del Nazismo. Una parabola storica-politica-sociale che tende ad essere universale: il rigore fanatico teso a perseguire ideali di disciplina e (utopistica) purezza contiene in sè i germi del Male, e da esso non può che scaturire ogni forma possibile di fascismo. Teoria che personalmente condivido, e che trovo interessante sia a livello di indagine storica e politica, sia sotto il profilo letterario/cinematografico. Teoria che però ha già generato i mugugni di qualcuno (detrattori di Haneke?) che l'ha tacciata di "semplicismo". Ma forse -la butto lì- si tratta solo di qualche personaggio che non ha gradito certi giudizi negativi rilasciati da Haneke sulla attuale situazione politica italiana nel corso di recenti interviste. Non c'è da stupirsene: anche fra i giornalisti di cinema esistono i "servi"....Grande film da non perdere.
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Nel giro di un paio di giorni ho già visto il film due volte, eppure sto ancora cercando di riordinare le idee, l'eccitazione per questo immenso film è ancora alle stelle, ad un punto tale che mi sento bloccato nell'esprimermi in proposito, come mi sentissi inadeguato di fronte a tanta abbondanza di Grande Cinema. Chiedo scusa in anticipo se mi troverò a ripetere molte volte la parola Cinema: non potrò evitarlo anche perchè il Cinema di Quentin Tarantino, questa volta più che mai, è PIENO di Cinema. Premetto, ma si sarà già intuito, che sono da sempre un fan del Cinema prodotto dal cineasta americano, ma faccio fatica a fare classifiche e a stabilire graduatorie perchè adoro TUTTI i suoi film, tutti quanti frutto di un unico Genio. Ma se proprio dovessi scegliere il suo prodotto più riuscito, me la giocherei fra PULP FICTION, JACKIE BROWN e questo irresistibile BASTARDI SENZA GLORIA in cui Quentin scatena la sua fantasia ai massimi livelli. 153 minuti che volano (e volano alto), portandosi via il tuo cuore e il tuo cervello, lasciandoti lì, nella tua poltroncina che ti senti piccolo come un bambino cui viene raccontata una fiaba lunghissima che ti trasporta lontano. Ti trasporta nella Francia occupata dalle truppe naziste e ti lascia là per oltre due ore e mezza, per poi riportarti, proprio quando eri al massimo della partecipazione esaltata, nella sala da dove era partito il viaggio, costringendoti, tuo malgrado, ad abbandonare il sogno. Accidenti, avrei voluto che il film fosse durato altre 4 ore, tanto ero eccitato dall'affabulazione del racconto, tanto mi ero calato nella storia e nei personaggi. Lo so che qualcuno adesso mi darà dell'esaltato, ma io non sottovaluterei la forza evocativa e il coinvolgimento emotivo che il Cinema è in grado di generare quelle rare volte che, magicamente, tra la potenza narrativa di un cineasta e la voglia di sognare del pubblico, si stabilisce un CONTATTO. Vedete? Sono ancora talmente emozionato che ci sto girando attorno senza riuscire a trovare le parole per entrare nel vivo del film. A dire il vero, mi sento un imbecille a riassumere in modo prosaico e meccanico una trama che può apparire scontata, anche perchè poi è ormai già nota a quasi tutti, per cui eviterò di banalizzare la vicenda raccontandone nel dettaglio le varie fasi. Mi limito a dire che, sullo sfondo della Francia occupata dai tedeschi nazisti, assistiamo -dopo un prologo che ci bombarda di tensioni fortissime- ad una duplice ricerca di vendetta nei confronti del nemico nazista da parte di un gruppo di soldati ebrei audaci e determinati e da parte di una ragazza risoluta nell'intento di riscattare l'umiliazione estrema inflitta a suo tempo alla propria famiglia. In questo ambito, devo dire che ho apprezzato tantissimo il carattere secco, determinato, senza tentennamenti e senza conflitti morali interiori o buonismi superflui, che Tarantino attribuisce ai suoi Vendicatori. Essi (sia la ragazza che i soldati abrei) SANNO di essere nel Giusto, SANNO che i nazisti sono il Male, e dunque procedono nei loro piani senza sfumature buoniste e senza alcun ripensamento. Il concetto, se posso esprimermi personalmente, al di là dello spirito ludico e grottesco che anima Tarantino, è che -come principio generale- chi crea il Male, merita il Male...chi fa soffrire le persone merita di soffrire. Ma chiudendo subito la parentesi filosofica, torniamo al film. Stavo dicendo che vedo questi esseri coraggiosi come degli Angeli che impugnano una spada, e sanno che DEVONO usarla se vogliono colpire mortalmente l'avversario, senza alcuna pietà, e toglierlo di mezzo per sempre. Osservando le strepitose performances di tutti gli attori (cosa risaputa nei film del Maestro) mi chiedo ogni volta fino a che punto ciò sia da accreditare agli attori stessi e al loro naturale talento e quanto sia il merito attribuibile a Tarantino nel dirigere i suoi attori e nel riuscire a tirar fuori da essi il meglio del loro meglio. Guardiamo, in proposito, a questo film. La scena iniziale del lungo dialogo fra Hans Landa (il colonnello) e il contadino francese ebreo, seduti a tavola. Soprassediamo (ma solo perchè non trovo le parole adeguate) sulla bravura mostruosa di Crtistoph Waltz (il premio attribuitogli a Cannes è strameritato!) e osserviamo con attenzione i primi piani sul volto dell'attore francese Denis Minochet: i suoi occhi parlano molto più della sua voce, essi mantengono un'espressione tra il torvo, il diffidente e il terrorizzato. E poi pensiamo ai numerosissimi primi piani sullo sguardo di Melanie Laurent (strordinaria!!): i suoi occhi sembrano voler gridare, odiare, piangere, inveire, uccidere...eppure lei parla poco, quegli occhi parlano per lei...Ecco, ho voluto dire che gli attori (e ciò è dovuto in gran parte al rigore e all'esigenza di perfezione da parte del regista...) esibiscono una espressività semplicemente superba. Ma non sono solo gli occhi...anche le posture, il modo di gesticolare, di camminare...insomma gli attori di Tarantino si dimostrano capaci di performances sublimi. Dicevo all'inizio che si rinnova ad ogni suo film l'Atto d'Amore di questo regista verso il Cinema, col solito moltiplicarsi di citazioni e riferimenti. Quentin resterà per sempre il bambino che sgrana gli occhi e si eccita guardando le immagini sul grande schermo. Qui poi, superando in un colpo solo metafore e simbolismi, arriva al punto di ambientare gran parte del suo film all'interno di una sala cinematografica! Qualcuno ha perfino definito questo prodotto (esagerando mica tanto...) un sintetico "saggio sul cinema". E mi viene da sorridere se penso ai suoi detrattori che hanno sempre insistito a considerarlo un pazzoide infantilmente, e patologicamente, innamorato della violenza e capace solo di produrre citazioni, rimasticature e rifacimenti. Ma proprio qui sta il suo Genio: il suo approccio entusiasta ed infantilmente puro verso il Cinema si trasforma in capacità di realizzare opere complesse, gonfie di rimandi illustri, tracimanti di poderosi omaggi cinefili e al contempo cariche di umile Passione nei confronti della settima arte. Loro (i detrattori) non arretrano dal considerarlo una specie di delinquente-monellaccio, ma in realtà è un Maestro, se ne facciano una ragione. Tarantino negli anni si è circondato di colleghi di cui si fida ciecamente e coi quali lavora ciclicamente. Questi cineasti ho imparato a conoscerli e ad amarli, come a dire "gli amici di Tarantino sono anche miei amici", all'incirca. E due sono i nomi che mi vengono subito in mente. Robert Rodriguez ("Planet Terror"): altro regista geniale di cui sono un fan totale. E poi, naturalmente, Eli Roth ("Hostel"), verso il quale provo una naturale simpatia umana, e vi spiego il perchè. Roth ha un aspetto che colpisce, un fisico e un volto (diciamocelo) da ragazzone americano un pò scemone, da surfista decerebrato, insomma da palestrato coglione: e invece -sorpresa- si tratta di un ragazzo colto e intelligente, uno che ha imparato a memoria il cinema francese e quello italiano (e non solo Bombolo e Alvaro Vitali che fanno parte del suo "brodo di cultura" condiviso con Tarantino, ma anche il neorealismo, De Sica, Visconti, Germi...e questo lo ha dichiarato lui stesso in numerose interviste). E qui ci sarebbe da aprire una parentesi, ma lo farò un prossima volta: quando si dice dell'interesse maniacale di Tarantino per il cinema di genere italiano, okay, è giustissimo, ma io resto dell'idea che lui conosca molto bene anche i "classici" del cinema italiano "serio", dai neorealisti a Fellini, così come conosce assai bene anche i "classici" francesi, a partire da Godard. Tornando allo specifico del film in oggetto, numerose sono le sequenze memorabili, in particolare quei lunghi dialoghi un pò stranianti che abbiamo imparato ad amare. I soliti detrattori li considerano solo "cazzeggio", ma per me sono momenti di cinema altissimo, prima per la cura dei testi che sono quasi sempre impagabili, e poi per la consueta verve attoriale di chi questi dialoghi li anima. Se proprio dovessi scegliere, indicherei tra i momenti più riusciti la lunga sequenza dialogata che si svolge all'interno di una locanda. Lì, nella contrapposizione tra i diversi personaggi, nel rapportarli fra di loro, nel porli faccia a faccia con battute sempre più incalzanti, (in particolare mi riferisco all'estenuante sfida verbale fra l'agente inglese e il giovane maggiore della Gestapo), si va perfino oltre la perfezione. nel mettere in scena un frammento di Grande Cinema. E mi viene -di nuovo!- da sorridere ripensando a quei sempliciotti che sanno collegare il "pianeta Tarantino" solo ai poliziotteschi e alla Fenech. A questo punto sarebbe necessario stilare un elenco del prestigiosissimo cast, ma mi pare banale farlo, basta andare al cinema e rendersi conto di persona quanto valga ogni singola partecipazione, compresi gli specialissimi guests, da Mike Myers a Rod Taylor. L'ultimissima frase prima che si riaccendano le luci in sala viene pronunciata da Brad Pitt: "Potrebbe essere il mio capolavoro!". Ecco, queste parole possiamo immaginarle in bocca a Quentin Tarantino, gli calzerebbero alla perfezione. Pensierino finale. Io non ho idea (trailers a parte) di cosa abbiano combinato Michael Mann, James Cameron e Spike Jonze con le loro rispettive attesissime opere, presto sapremo se ci avranno esaltato oppure deluso. Ma per ora, fino a questo momento, io non ho ombra di dubbio: "Bastardi senza gloria" è il film dell'anno.
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C'è una domanda ricorrente che circola in rete. Io stesso, quando mi capita di intervenire in un forum in cui si dibatte della strapotere (ecomico, politico, mediatico) del nostro premier, non posso non constatare che, quando si arriva al dunque, si sbatte inevitabilmente la testa contro la domanda delle domande: "Come si è potuti arrivare a questo punto?". Ecco. La pellicola firmata da Erik Gandini ha la funzione -precisa precisa- di dare una risposta a questo quesito. E ci riesce benissimo. Perchè va al cuore del problema e, attraverso una serie di immagini che parlano da sole, si arriva a toccare il nervo scoperto. Questo è un film NECESSARIO. Al di là della tecnica che pure -in ambito di inchiesta/documentario- è eccellente, quello che conta è l'aver messo il dito nella piaga, andando a sviscerare gli aspetti che contano. Una marea di dati, volti, personaggi, situazioni, che scorrono sullo schermo, come tasselli di un'unica agghiacciante realtà: quella di un uomo in delirio che, pur essendo il più ricco e potente d'Italia, non fa che lamentarsi con ossessività di essere "accerchiato" da un nemico che lo vuole eliminare. E' inutile adesso stare qui a ripetere le solite cose che, pur conformi alla realtà, rischiano di apparire luoghi comuni, tipo quello di un povero ometto che è padrone o controllore delle idee di quasi tutta la stampa italiana e di quasi tutte le reti televisive nazionali. Vogliamo entrare nello specifico della carta stampata? Facciamolo. Le due riviste più vendute d'italia sono pubblicate dalla sua casa editrice (di cui una è un magazine molto autorevole sul piano dell'attualità politica e vanta come opinionisti fior di esponenti o simpatizzanti del PDL). Quanto ai quotidiani, due sono notoriamente gestiti da un paio di direttori-killer pagati apposta per "sodomizzare" qualunque ostacolo si frapponga sul loro cammino. Ma sarebbe gravissimo dimenticare che, se escludiamo "Repubblica" e i tre quotidiani politici di sinistra che sono ogni settimana a rischio di chiusura per enormi problemi di bilancio, tutti gli altri giornali sono diretti da "amici affettuosi" che portano acqua al mulino del Cavaliere, tipo P.G. Battista vicedirettore del Corriere della Sera. Nella mia regione, poi, il quotidiano più venduto è "Il Resto del Carlino" il cui editore è culo e camicia col Cavaliere e fra i cui editorialisti brillano alcuni senatori e deputati del PDL. Chiedo scusa per questo lungo excursus ma era necessario dal momento che "lui" non fa che parlare di "stampa ostile" (balla colossale). Quanto poi al panorama televisivo, beh, è perfino sciocco descriverlo, tanto è sotto gli occhi di tutti: basta dare un'occhiata ai nomi dei direttori di rete e dei telegiornali. Tornando al film, è un susseguirsi incalzante di immagini così eloquenti che non avrebbero nemmeno bisogno del commento sonoro, praticamente un flusso ininterrotto di notizie i cui toni principali vanno dal paradossale al grottesco passando per l'assurdo-straniante. Vediamo dunque sfilare un'Italia di autentici "freak", di mostri (questi sono i veri "NUOVI MOSTRI", altro che "commedia all'italiana" !!!), i quali hanno scelto di individuare in quest'uomo della Provvidenza il guru che cambierà le loro esistenze. Osserviamo quindi un poveraccio sfigatissimo che fa l'operaio e vorrebbe svoltare (toh, ma chi l'avrebbe mai detto) nel mondo dello spettacolo, ma in realtà non fa che accumulare ogni giorno frustrazione su frustrazione. Poi vediamo una mandria di troiette sgallettate (senza offesa, ma l'input visivo primario che se ne percepisce è quello) che vedono un mondo fatto solo di "immagine" come unica strada praticabile per uscire dalla mediocrità. Usavo prima il termine "mostri". E come altro definire quella signora inquietante che ci viene presentata come "vicina di villa di Berlusconi in Sardegna"? Ascoltare i discorsi (peraltro enunciati con grande seriosità e rigore) che fa costei è una roba che non sai se ridere o piangere. Poi, ancora, abbiamo il regista del Grande Fratello (e di altri programmi "glam" targati Mediaset) il quale ci spiega (ma qualcosa lo avevamo già intuito da soli...) la linea artistica prescelta per "gasare" lo spettatore a casa, vale a dire grandi tette, grandi culi, e tanta figa. Naturalmente non poteva mancare una puntatina sostanziosa all'interno della realtà del "Billionaire", dove assistiamo a scene che sembrano appartenere ad un "mondo a parte". Ed è proprio questo. Quello non è il mondo come noi lo conosciamo, è un mondo dove chi è ricco deve "per forza" o "per logica" spendere e farsi vedere in QUEL luogo. Da questo non si scappa. E infatti chi è ricco e famoso, a qualsiasi titolo lo sia diventato (attori, calciatori, politici, veline: non importa) DEVE farsi vedere al Billionaire. Figuratevi che tra i nomi citati in una rassegna veloce che viene enunciata di ospiti celebri del locale appaiono anche Blair e (!) Denzel Washington. Ricco e famoso? Allora avanti, entri pure. E che goda, goda, goda...(con Briatore che osserva sornione, anche lui -va da sè- amicone intimo del premier). Ma al di là di questi burattini squallidi, la cosa che più sconvolge è vedere il pullulare continuo di questa moltitudine di persone comuni, vacanzieri qualsiasi, che stazionano per ore nei pressi delle ville sarde dei VIP, nella speranza di beccarne uno, per scambiarci magari una battuta, sibilargli un "ti adoro" o un "sei grande". Ma la voce fuori campo del regista ci avverte che non è mai accaduto, giacchè il filtro protettivo che separa questi minchioni goderecci dal "paese reale" è rigidissimo ed esclude ogni contatto con quegli sfigati "là fuori". Il regista poi, ogni tanto, quasi come contrappunto alle immagini di questo "universo", ci mostra brevi intermezzi tratti da discutibili apparizioni ufficiali del premier, nelle quali non fa altro che lodarsi e imbrodarsi e -soprattutto- gridare ai pericoli del comunismo. Di quale comunismo si tratti non ci è dato sapere, anche perchè a molti di noi esso risulta estinto da anni. A meno che con questo termine si voglia ancora definire il regime imposto da quell'altro affettuoso amico del premier che si chiama Putin. Ma ciò che "spettacolarizza" definitivamente il film, e che le recensioni più pongono in evidenza, sono in realtà i due ritratti che il regista ci fa di Lele Mora e di Fabrizio Corona. E qua -credetemi- non esistono parole per descrivere il cervello, il cuore, l'attitudine, la personalità, la forma mentale, la cultura, di questi due "soggetti". Per misurare l'incredibile materia di cui questi due "signori" sono fatti, dovete per forza vedere il film. E dopo la visione, l'unico aggettivo che troverete per esprimervi su di loro sarà "inaudito". E se in giro, nella vita vera o in rete, vi dovreste imbattere -a proposito di questo film- in qualcuno che (tipo la vergognosa recensione apparsa sul sito "Film Up") nicchia o fa spallucce affermando che "questo film non serve a niente, dice le solite cose che sapevamo già, che poi tanto ognuno resta della sua idea", beh, se qualcuno farà di questi commenti, state pur certi che si tratta di persone che -sotto sotto- per il Cavaliere qualche simpatia ce l'hanno, anche se non hanno il coraggio di confessarlo apertamente. Sequenza finale. Il sottoscritto, finita la proiezione, esce dalla sala, sono le 18,00 di un sabato pomeriggio, e il sole è ancora sufficientemente alto da illuminare splendidamente la città. Attraverso a piedi il centro per portarmi alla fermata dell'autobus. Mi guardo intorno mentre cammino. Vedo una moltitudine di giovani che fanno le "vasche". Tante ragazzotte (molte delle quali suppongo minorenni) conciate come tante vispe mignottelle, tutte smaniose di mostrare la maglietta "come va adesso" e i pantaloncini super corti che permettano l'appetitosa (per i maschietti) visione della "coscialunga". E con esse altrettanti ragazzotti, molti dei quali coi volti atteggiati ad un ghigno indecifrabile, ma quasi tutti accomunati da fisici palestrati, tatuati e piercingati. E c'è stato un preciso istante in cui m'è parso di realizzare quali fossero i modelli per quei giovani e dove si collocassero i loro punti di riferimento. E, salendo su un autobus fortunatamente non troppo affollato, mi chiedevo se i danni prodotti, nella cultura e nella società, da decenni di televisione commerciale fossero ormai davvero irreversibili. Era solo una domanda retorica? Nel dubbio, ho preferito pensare ad altro.
Voto: 10
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filoattivo alle ore 20:35 |
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Ero consapevole che avrei visto un film tutto impostato sui sentimenti, ma non immaginavo a quali livelli, e soprattutto ho avuto l'occasione di misurare quanto scarse siano le mie resistenze emotive di fronte ad una vicenda che ti pone davanti a scelte che implicano disarmanti investimenti di responsabilità. In pratica, dal momento in cui sono entrato in sala, il film mi ha fatto prigioniero e assieme a me ha sequestrato ogni mia resistenza alle emozioni. E questo grazie ad un mix di elementi, non tutti così razionalmente facili da individuare. Al punto che mi viene da domandarmi se sono solo io che mi ritrovo a piangere lacrime autentiche (non metaforiche) per buona parte del film (e dunque in questo caso scoprendomi vecchio bacucco ormai facile preda di ogni trappola emotiva tesa da qualche scaltro sceneggiatore)...oppure se effettivamente la vicenda qui narrata possiede un potenziale di coinvolgimento non comune. Si tratta di una storia di esistenze "scolpite" e modificate dal dolore che deriva dall'insediarsi nel nucleo famigliare di un ospite indesiderato ma che poi finisce col condizionare ogni cosa: la malattia. E purtroppo stiamo parlando di drammi assai credibili, in quanto ditemi voi se ormai esista una sola famiglia che non sia stata toccata dalla malattia, quella cattiva, quella che quasi mai perdona e non offre chance: io stesso ho visto mia madre (ormai molti anni fa ) e mio padre (da poco tempo) entrambi portati via da un tumore. E' una realtà agghiacciante quella in cui il cancro ti piomba in casa così come potrebbe arrivarti tra capo e collo un raffreddore e -tac!- ecco che la tua quotidianità viene rivoltata come un calzino, obbligandoti a guardare dritto in faccia la vita. Esiste addirittura un filone cinematografico che alcuni critici classificano come "cancer movies". Non si contano ormai le pellicole in cui, con tocco più o meno sensibile e delicato, si affronta appunto l'argomento di esistenze "dimezzate" dalla malattia. E qui si presenta il solito problema, su cui però sarebbe errato generalizzare, nel senso che spetta alla sensibilità di ognuno giudicare quale sia il confine ragionevole tra una sceneggiatura onesta e credibile oppure
l'utilizzo scaltro di espedienti emotivi in cui ravvisare gli estremi di un infallibile ricatto nei confronti dello spettatore. Insomma, questo è chiaramente un terreno minato, perchè un regista guidato da uno spirito (anche moderatamente) cinico, se sa come muoversi, può portare a casa ottimi risultati con poco sforzo. Io stesso, che dovrei essere "corazzato" e fortificato da decenni di visioni, sono uno che al cinema cede spesso a meccanismi emotivi di questo tipo, anche se credo di saper ancora distinguere tra ciò che è artefatto e ciò che fa parte di una onesta sceneggiatura. E questa volta sono stato travolto da un fiume in piena di emozioni in cui ho rischiato di affogare. Eppure Nick Cassavetes (solo a scrivere questo cognome, mi tremano le mani!) è regista "a fasi alterne", che se la cava abbastanza bene nel raccontare storie di sentimenti ma la cui caratura non è proprio di prima scelta. Il suo penultimo lavoro, "Alphadog", è lì a testimoniarne tutti i limiti. Ma stavolta è tutto piuttosto diverso da quell'ultima volta. Intanto il romanzo da cui il film è tratto è di indubbia presa emotiva e la sceneggiatura (firmata dallo stesso regista) ha potuto contare su qualcosa di valido e potente. E poi c'è una scelta di cast davvero molto ma molto felice. E in questo tipo di film le possibilità istrioniche dei protagonisti rappresentano il 90% di tutta la faccenda, essendo ciò che fa la differenza. E soprattutto c'è una buona notizia. Pur muovendosi tutta la vicenda su quel "terreno minato" cui prima accennavo, il subdolo ricatto emotivo nei confronti del pubblico è ASSENTE. Incredibile, ma Cassavetes ha compiuto professionalmente un piccolo miracolo: è riuscito, nell'ambito di un "cancer movie", a non premere mai i pedali del pietismo e del patetismo, e tuttavia rendendo il risultato finale estremamente coinvolgente e indiscutibilmente commovente. Questo rivela che il buon Cassavetes, pur ritenuto da tutti (me compreso) regista medio (da qualcuno anche mediocre), qualche talento da qualche parte lo deve pur avere! Nel corso del film, infatti -impresa titanica- non viene mai calcata la mano ed è presente un senso della misura esemplare (che si manifesta caricando i protagonisti di un senso di vibrante dignità che nulla ha a che fare -vivaddio- col martirio). Altro pregio: il film NON è un'americanata, dato che il tema della malattia che sfianca oltre al malato terminale anche chi lo assiste, è argomento universale, il cui carico di dolore è percepibile allo stesso modo a qualunque latitudine del globo. Come si diceva, la storia rientra in un ben determinato ambito cinematografico...tuttavia essa presenta un significativo elemento di novità sul quale è imbarazzante per me aggiungere dettagli perchè rovinerei la visione (raccomandatissima!) del film. Diciamo solo che tale novità è data dall'insorgere di un'aspra contrapposizione madre-figlia. Ma a questo punto è opportuno delineare sinteticamente i fatti narrati. Una famiglia americana molto classica di brave persone (lui pompiere, lei avvocato) piomba nel dramma quando apprendono da una serie di esami che la loro piccola figlia appena nata è affetta da leucemia tumorale, di quelle senza scampo. Allora ai due coniugi si prospetta una sole "luce": quella di far nascere in provetta una seconda figlia, programmandole a tavolino quelle catteristiche scientifiche necessarie a renderla compatibile a donare organi, sangue, midollo e quant'altro all'altra figlia malata. E così, dopo l'infelice Kate, ecco che nasce la sorellina Anna, già condannata fin dal primo vagito a fungere da cavia e da "riserva" per ogni tipo di prelievo. E infatti accade proprio che Anna fin da piccina viene sforacchiata da aghi e sottoposta a continui prelievi di sostanze che vengono poi immessi nel corpicino della sorella più sfortunata. E già qui, chi mi sta leggendo e non ha visto il film, sentirà puzza di pietismo, eppure -credetemi- una sceneggiatura accorta e dei bravi attori riescono a scacciare il fantasma di ogni ricatto emotivo. Anche se poi io per tre quarti del film ho assistito piegato in due dallo strazio e col fazzoletto ormai consumato. E le mie lacrime, oltre ad essere la banale manifestazione esteriore di un pirla, rappresentano anche il tributo ad un cast che meglio di così non poteva essere. Cominciamo dai personaggi "di contorno". Bravissimo l'attore che interpreta il medico che segue personalmente il caso di Kate, ma di cui -sorry- mi sfugge il nome. Poi c'è Joan Cusack, che impersona un giudice cui attribuisce uno spessore emotivo e una sottigliezza di dettagli (anche proprio nella mimica del volto) davvero sorprendenti. E inoltre un Alec Baldwin che interpreta coi toni giusti un avvocato specializzato in cause civili legate a battaglie etiche (il vecchio Alec è però imbolsito da morire, sarà l'età, sarà l'alcool, boh). E veniamo alla famiglia protagonista. Perfetto Jason Patric, un padre che sulle sue solide spalle ha accumulato il peso di una vita difficile, con due figlie "problematiche" e portatrici ciascuna di aspetti così "delicati" che sfiancherebbero qualsiasi padre. Su Cameron Diaz (che dovrebbe fungere -detta in soldoni- da star acchiappa-pubblico) io farei un discorso a parte. Qualcuno ha già espresso dubbi (quando non addirittura il pollice verso) sul ruolo della Diaz, reputandola non credibile. Io non sono affatto d'accordo: l'ho trovata meravigliosa, peraltro alle prese con uno ruolo che richiede il ricorso a sfumature difficili e ambigue. E, sempre su Cameron un'ulteriore considerazione: il suo tipo di bellezza (indiscutibile) non è affatto incompatibile col suo personaggio drammatico, molto diversamente dal caso (per molti versi assimilabile) della collega Charlize Theron, la quale è apparsa in qualche caso troppo forzata ed artefatta in sede di interpretazione di personaggi così devastanti da fare a pugni con la sua (perfino eccessiva) bellezza da top model. La bella Cameron invece, in modo brillante e convincente, riesce a calarsi nei panni di una "madre coraggio" alle prese con decisioni da far tremare i polsi. E per ultimi, ho tenuto i miei due splendidi angeli, due attrici giovanissime ma già lanciatissime e "potenti", talmente potenti (maledette!) da avermi fatto consumare di lacrime un intero fazzoletto. Abigail Breslin è Anna, nata per donare organi che però ad un certo punto si stufa di questo destino "già scritto". La piccola Abigail è cresciuta dai tempi (comunque non lontani) di "Little Miss Sunshine", cresciuta sia fisicamente che artisticamente. Là era una ragazzina curiosa e vivace, qua è una interprete delicatissima e straordinaria, che ci offre una performance davvero maiuscola. A parte il fatto che io la trovo adorabile nei modi, nella postura, in quel suo sguardo così curiosamente "adulto". E per ultimissima la rivelazione clamorosa (davvero!), uno di quei personaggi/attori talmente devastanti da scompaginarti, da sconquassarti, da rivoltarti come un calzino il cuore e la mente! La giovane Sofia Vassilieva (Kate) nemmeno sapevo che esistesse prima di questo film, e di questo faccio ammenda, dato che ho appreso successivamente in rete che lei è già popolare presso il pubblico americano per via di certe sue frequentazioni televisive. La "sontuosa" Sofia (è l'aggettivo più superlativo che mi viene in mente) fornisce a questa malata terminale una vitalità e una infinita serie di risvolti psicologici che reclamano (anzi: gridano!) il diritto ad una candidatura all'Oscar. Si tratta di una delle interpretazioni più sconvolgenti che il sottoscritto abbia mai visto al cinema. Vederla quando, conscia delle poche ore che la separano dalla morte, espone il suo bel viso al sole delle montagne in un'ultima vacanza con la famiglia al completo, vederla come si gode quel sole prima del buio eterno, beh, è qualcosa di straziante. Ma è infinitamente più straziante cogliere quel suo irresistibile sorriso (e lì infatti ho pianto come un vitello) quando si innamora (riamata!!) di un bel ganzo anche lui malato terminale sotto chemioterapia. Il loro breve amore è qualcosa che non si può raccontare. Bisogna vederlo per rendersi conto di come il cinema possa creare nello spettatore un corto circuito strazio-tenerezza a cui non si può umanamente resistere. Naturalmente Kate e Anna fanno già parte, di diritto, del mio immaginario cinematografico e -come mi succede ogni volta che un film mi colpisce al cuore- mi piace immaginare che quei due personaggi esistano veramente, sopravvivendo idealmente alla pellicola, e allora vorrei entrare dentro al film per abbracciare forte quelle due ragazzine e dire loro (nel mio inglese da barzelletta) che voglio un mondo di bene ad entrambe.
Voto: 10 (Si ringrazia per la recensione Massimo Mc5 )
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filoattivo alle ore 10:35 |
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La domanda è: ci si può innamorare di un film? La risposta per quanto mi riguarda è "sì". E...ci si può innamorare di un film quasi invisibile, per nulla promozionato, pochissimo appariscente? Certo, allo stesso modo di come ci si può innamorare di una donna poco appariscente ma ricca di qualità interiori oltre che di grazia, gentilezza, garbo e simpatia. A volte può scoccare un colpo di fulmine improvviso, magari quando non eri affatto alla ricerca del grande amore vieni travolto dalla passione che ti coglie impreparato e ti destabilizza. A me è accaduto con questo piccolo (ma grandioso) film americano prodotto nel 2008 ed arrivato in questi giorni nelle nostre sale. E' stato amore a prima vista, ma di quegli amori destinati a durare. A dire il vero qualcosa già mi intrigava in partenza, complici un paio di recensioni positive lette qua e là in giro per la rete. E quando, due settimane fa, il film uscì ufficialmente in italia fui vittima di un mezzo accesso d'ira nel riscontrare una collocazione distributiva della pellicola in ambito nazionale a dir poco incomprensibile. In poche parole la mia città era esclusa dalla proiezione, mentre ne erano parte -stranamente- due città piuttosto decentrate. Ma poi, nell'ultimo weekend, "altro giro altro regalo", il film sparisce rapidamente da quelle due città per ricomparire a sorpresa in un paese della mia zona. Io non so che dire. Nel senso che il film è delizioso a livelli inimmaginabili ma...mi metto un pò anche nei panni di un esercente di multisala che -come il caso della sala dove io ho visto il film- scuote la testa vedendo proiezioni sempre deserte (io ero l'unico spettatore in sala...). Insomma, mi fa un'immensa tristezza pensare a questo gioiello di film buttato del tutto allo sbaraglio nelle sale vuote d'estate, quando la gente se non ti chiami Harry Potter non ne vuol sapere. Ma lo sapete che questo film, che pure non è una pellicola da "preparate i fazzoletti", mi ha commosso? Sì, perchè è una pellicola che ti mette talmente a tuo agio, che sa rendersi talmente appassionante pur nella sua levità formale, che poi alla fine ti comunica un appagante senso di benessere misto a una sorta di gratificante malinconìa. E' difficile da spiegare, ma alla fine stavo talmente bene che...se fossi stato un gatto, avrei fatto le fusa! E non potendole evidentemente fare, mi sono scoperto ad asciugarmi una lacrima di gioia, Lo so, datemi pure del pirla, ma certi meccanismi emotivi non si possono controllare. E' che il film, pur avvolto da un'aura leggera e quasi impalpabile, alla fine ti fa prigioniero, ti lega alla poltrona con il filo dei sentimenti. Un film toccato dalla Grazia. E dove tutto, ma proprio tutto (musiche, sceneggiatura, dialoghi, cast, regìa) appare in stato totale di Grazia. Al punto che io non sono riuscito a cogliervi nemmeno un piccolo difetto. Fra l'altro, all'uscita dalla sala chissà che faccia da pirla che dovevo avere, tra le residue furtive lacrime e il sorriso da ebete che mi si era stampato sulla bocca. Sono sicuro che adesso qualcuno mi darà dell'esagerato: ma al cuore non si comanda, e io di questo film mi sono proprio innamorato. Vorrei dire il meno possibile sulla trama, proprio per lasciare a chi legge queste righe tutto il piacere della visione. Mi limiterò a dire che si tratta di una commedia leggera ma anche capace di veicolare spunti importanti su cui riflettere, circa il valore dell'amicizia, la comunicazione fra gli esseri umani, e la capacità di ciascuno di noi di lasciare, dopo la nostra morte, qualcosa di eterno in coloro che restano. C'è una famosa frase, che in questa storia trova una splendida conferma: "Nessun uomo è un'isola". In tempi come questi, in cui gli sceneggiatori di Hollywood battono la fiacca, oppure scontano una crisi di idee senza precedenti, sfornando commediole scemissime (talune davvero disarmanti), qui al contrario abbiamo una sceneggiatura davvero solida, efficace e riuscita (firmata dallo stesso regista David Koepp, aiutato da tale John Kamps). Ma è ancora niente rispetto a dei dialoghi così briosi e stimolanti da emettere scintille. Il tutto servito con contorno di musiche favolose (si va dall'indie-rock tenue e crepuscolare fino a quel genere classico che non sfigurerebbe in una "soundtrack" di Woody Allen). E infine un cast che richiederebbe di alzarsi in piedi ed applaudire, per chiamare fuori gli attori come si fa a teatro. Tea Leoni, in un ruolo di vedova davvero struggente, in cui lei appare, oltre che affascinante, capace di gestire la gamma dei suoi toni di recitazione in modo ammirevole. Greg Kinnear, ormai una star conclamata della cinematografia americana indipendente: si tratta di un attore lanciatissimo, peraltro presente nelle nostre sale con ben tre film contemporaneamente, se calcoliamo l'attesissimo (almeno da me!) "Flash of Genius". Ma il vero "mostro" è lui, un mattatore talmente bravo da lasciare a bocca aperta: Ricky Gervais. Mea culpa, che non lo avevo mai notato prima d'ora, ma sono allibito leggendo il suo curriculum: provate a cercare il suo nome sul sito specializzato "MyMovies" e vedrete come Gervais ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, attore, regista, musicista, autore di fumetti, produttore, sceneggiatore...Uno di quegli attori dotati di un magnetismo che ti ammutolisce, di una incredibile forza espressiva e soprattutto di una stupefacente finezza. Il suo ruolo, questo dentista dietro cui si nasconde un uomo mediocre ed egoista, sopraffatto dagli eventi che gli faranno scoprire insospettabili qualità di comunicazione e di governo dei propri sentimenti, beh, è un personaggio raccontato dagli sceneggiatori in modo mirabile, offrendo a Gervais il destro per una interpretazione da Oscar, ricchissima di toni e sfumature (peraltro impreziosita -va detto- da una operazione di doppiaggio una volta tanto ottima). Ed è proprio la qualità superiore di Gervais a fare di una "commediola" sui fantasmi d'Amore un film indimenticabile. In due parole la vicenda. Un dentista, uomo parecchio snob ed incline a detestare il prossimo, durante un esame medico eseguito sotto anestesia, perde conoscenza e per pochi minuti viene dichiarato morto. Quando si riprenderà, scoprirà di poter comunicare coi fantasmi dei morti. I quali lo rincorrono e lo inseguono ovunque per chiedergli favori. In particolare uno gli sta addosso: il marito defunto di una bella vedova. Beh, detta così pare la solita commedia degli equivoci. E invece, insieme al prezioso "Adventureland" (e più ancora di esso), è il film più sorprendente di questa estate. E' strana la vita (del cinefilo). Vai al cinema convinto di vedere una commedia carina, ed esci sorridendo convinto di aver visto un mezzo capolavoro. Applausi. /mc5
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filoattivo alle ore 21:03 |
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Nello scorso weekend le uscite in sala sono state decisamente poche, per la precisione tre. Su una di queste possiamo stendere un velo pietoso tanto palese ne è l'insignificanza ("Una notte con Beth Cooper") mentre sulle restanti due avrei qualcosa da ridire. Si tratta di "Adventureland" e "St.Trinian's". Ebbene, le due pellicole stanno ricevendo da parte della critica trattamenti talmente diversi da farmi sorgere qualche sospetto. Un film intelligente e sensibile come "Adventureland" è stato praticamente ignorato, nessun (o quasi) sito di cinema lo ha recensito, come se non fosse mai uscito. Quella fetecchia demenzial-giovanilista di "St.Trinian's" invece, il cui tremendo trailer ci insegue da settimane, viene quasi all'unanimità apprezzato e giudicato "esilarante". A parte il fatto che in una sarabanda con collegiali sexy che paiono avere come riferimento culturale le Spice Girls e in un ributtante Rupert Everett (tra)vestito da donna non vedo dove dimori "l'esilarante", io di fronte a simili atteggiamenti critici non posso che rimanere perplesso. Vabbè. Lasciamo pure gli "esilaranti" critici alle loro "esilaranti" visioni, ed occupiamoci di questo gioiello che, in pieno deserto estivo, ci ha deliziato come quando un improvviso temporale d'estate arriva a placare l'arsura e a contrastare benefico l'afa. Una pellicola, questo "Adventureland", dove tutto è "grazia". Davvero, in questa estate in cui gli inqualificabili "Transformers" e il solito "Harry Potter" triturano come degli schiacciasassi ogni presenza trovino sul loro cammino (al punto che pellicole appena sufficienti come "Outlander" ci appaiono come pregevoli), beh, con questi chiari di luna, il film di cui stiamo parlando si candida seriamente ad essere la pellicola più sorprendentemente godibile dell'estate. Il film, scusate se ripeto il termine, pare toccato da uno stato generale di grazia, che ne contamina ogni dialogo, ogni tratto di sceneggiatura, ogni immagine. Qualcuno, da qualche parte, ha tirato in ballo, come riferimento, "Guida per riconoscere i tuoi santi". E ci può stare, se non altro per collocazione temporale, gli anni 1986 e 1987, che accomunano gli eventi narrati. Ma l'accostamento fra queste due pellicole mi ha suggerito anche una serie di riflessioni, forse arbitrarie o forse bizzarre, ma che vorrei qui di seguito esporre. Ricordate chi erano il regista e il protagonista della "Guida per..."? Rispettivamente Dito Montiel e Shia LaBeouf. In "Adentureland" invece abbiamo alla regìa Greg Mottola e come protagonista uno straordinario Jesse Eisenberg. Due attori e due registi, quelli che ho citato, le cui carriere hanno negli ultimi anni registrato variazioni curiose e in direzioni qualitative opposte, il che ci porta ad alcune considerazioni. Fermo restando che "La guida per..." era un ottimo film, dobbiamo comunque rilevare che: (A) - Dito Montiel che non faceva altro che dire nelle interviste quanto lui fosse in realtà solo uno scrittore prestato al cinema e che probabilmente non avrebbe diretto altri film, si è appena cimentato nella regìa di quel "Fighting" il cui trailer è deprimente nel suo strabordare di luoghi comuni e situazioni convenzionali (combattimenti clandestini nella metropoli notturna, mah...argomento che si presta a decine di clichès banali...). (B) - Shia LaBeouf come attore ha subito una chiarissima involuzione (basti pensare alla sua ben poco stimolante performance nel secondo episodio dei "Transformers"), quasi fosse imprigionato dentro uno stile di recitazione artefatto che, come in una gabbia, rischia di rinchiuderlo per sempre dentro un clichè e di precludergli ogni evoluzione artistica. Specularmente, a proposito di "Adventureland", possiamo invece notare quanto segue: (A) - Greg Mottola si è conquistato una sua discreta notorietà con una pellicola quantomeno discutibile come "SuXbad", divertente certo, ma con quello spessore "particolare" che caratterizza i film prodotti da Judd Apatow e che lo ha di fatto reso catalogabile nel filone giovanilistico-demenziale, insomma un'opera da cui si intuiva la stoffa del regista, ma la cui ispirazione era al servizio di una volgarità fieramente ostentata. Qua invece, in "Adventureland", Mottola ha cambiato decisamente registro, affrontando (sua è anche la sceneggiatura) una storia di formazione, dominata da un tocco delicato, struggente, malinconico, lievemente ironico, agrodolce...insomma si tratta di un'opera matura e consapevole, che, francamente, da Mottola non mi sarei aspettato. (B) - Jesse Eisenberg ne è il protagonista, in un ruolo che pare glielo abbiano cucito addosso; la sua adesione al personaggio è straordinaria; il suo modo di muoversi e di gesticolare, i toni sfumati di recitazione, insomma è una prova d'attore perfetta. E a questo punto mi mangio le mani per essermi perso (ma sono già alla ricerca del DVD!) la sua precedente performance ne "Il calamaro e la balena". Ecco, se posso esprimere un auspicio, io vorrei vedere in futuro sugli schermi più Eisenberg e meno LaBeouf. Anche se temo che i risultati al botteghino indirizzeranno i potenti di Hollywood a fare scelte diverse...Insomma, se ancora non si fosse capito, intendevo dire che, nelle vesti di nerd, trovo Eisenberg simpatico e credibile mentre, nello stesso genere di personaggio, LaBeouf ha rotto i coglioni (scusate il francesismo). Mi accorgo che, travolto dal mio stesso fiume di parole, ho taciuto l'unico dettaglio, forse il solo elemento che verosimilmente porterà qualche sparuto spettatore a vedere questo film, e cioè la prsenza di Kristen Stewart. Eh beh, figuriamoci, lei è la diva del momento, la "reginetta", colei che col suo ruolo di fanciulla "in ambasce" in "Twilight", ha raggiunto e contaminato i "cuori nella tormenta" di milioni di adolescenti dispostissimi a farsi coccolare dai meccanismi del marketing. Sorvolando quindi sulla discutibile saga teenie-vampiresca che le ha dato fama e soldi, va comunque detto che la Stewart in questo ruolo funziona molto bene. La sua principale qualità è quella di riuscire ogni volta a dare vita a personaggi di ragazze inquiete animandole di uno "spleen" di inconsueta intensità. Il film è uscito in pochissime copie e in un numero esiguo di sale, alla stregua del più anonimo fondo di magazzino. E pensare che, oltretutto, si tratta di una pellicola che racchiude tutti i potenziali elementi per essere apprezzata tanto dal cinefilo appassionato quanto dal pubblico più popolare e meno esigente. Con un unico problema, però: farglielo sapere, alla gente, che questo film ESISTE...e non è dettaglio da poco. La vicenda è sintetizzabile in poche righe. Con la premessa importante che la storia è in gran parte autobiografica, basandosi sui ricordi di esperienze giovanili autentiche vissute dal regista-sceneggiatore Greg Mottola. Siamo a Pittsburgh nell'estate 1987, in piena presidenza Reagan. James Brennan, fresco diplomato al college, progetta di spassarsela in giro per l'europa con gli amici, in attesa di affrontare l'Università. E invece, principalmente a causa di ristrettezze economiche, sarà costretto a cercarsi subito un lavoro. E lo trova in un parco giochi. Questo parco rappresenterà per James un percorso di crescita, di formazione, di consapevolezza. Tutto qua. Ma raccontato con garbo, con intelligenza, adottando un registro di commedia con venature malinconiche. E adesso, per concludere, apriamo un capitolo fondamentale nell'economia complessiva della pellicola: quello della musica rock. Sì, perchè questo film, così come i riferimenti personali dei singoli personaggi, è impregnato di cultura rock'n'roll. Già nello scorrere dei titoli di testa è chiaramente annunciato che le scelte della colonna sonora sono affidate agli Yo La Tengo, gruppo che gli appassionati dell'indie-rock conoscono molto bene. Ma poi basta lanciare un'occhiata alla composizione della "soundtrack" per rendersi conto del livello artistico, tenendo presente che si è ovviamente privilegiato quella musica che era in auge verso la fine degli anni 80, periodo in cui si sviluppa la vicenda proposta dal film. Si va dunque dalla magica "Satellite Of Love" di Lou Reed fino ai Velvet Underground, passando per gli INXS, i Cure, i Crowded House, i Replacements, i gloriosi New York Dolls. Ma su due artisti in particolare vorrei mettere l'accento. Sul mitico Falco, che con la sua "Rock Me Amadeus" è un pò il tormentone del film...ma soprattutto su una band americana indipendente che io ho sempre amato alla follia, e che qui compare anche stampata su una t-shirt indossata da Kristen Stewart: i leggendari Husker Du. Cercatelo, questo film. Perchè questo non è il genere di film che, direttamente dai potenti uffici marketing, arriva fino alle vostre case o nelle vostre teste. No, questo è uno di quei film che dovrete voi, con pazienza, andare a scovarlo. E posso garantire che ne sarà valsa assolutamente la pena.
Voto: 10
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filoattivo alle ore 22:57 |
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A volte può capitare che il destino, o fattori contingenti, affianchino film profondamente diversi fra loro ma che, in virtù di ragioni particolari, si trovino al centro di discorsi in cui vengono associati. E' accaduto di recente con "Vincere" ed "Antichrist", due pellicole agli antipodi ma di cui si è parlato spesso collocandole l'una accanto all'altra per via della loro proiezione quasi contemporanea a Cannes e poi per il loro tempestivo arrivo nelle nostre sale praticamente nelle stesse ore. E sta capitando di nuovo in questi giorni, seppure per motivi assai diversi, con il supercampione d'incassi "Angeli e demoni" e questo "Uomini che odiano le donne", bizzarramente accomunati dall'essere entrambi trasposizioni cinematografiche di celebri best sellers. Premesso che non ho letto nessuno dei due romanzi in questione, devo confessare la mia avversione nei confronti dell'operazione miliardaria condotta da Dan Brown (e del relativo film); pur non avendo letto il libro, nutro una mia pregiudiziale diffidenza verso i "romanzoni da spiaggia", quelli che vengono divorati da un popolo, se mi si passa l'espressione, "da telegatti", quegli italiani che (per dire) pensano che per sentirsi acculturati basti avere letto un libro di Francesco Alberoni (!). Quanto al film che ne è stato tratto (parlo del secondo, che sta bruciando ogni record) l'ho visto e mi ha talmente infastidito da decidere che non valesse neppure la pena di recensirlo. Discorso molto diverso, invece, per questo primo capitolo della trilogia "Millennium", firmata dallo svedese Stieg Larsson, giornalista-scrittore sul quale sarebbe necessario aprire una sezione a parte. Proprio nel momento in cui scrivo queste righe vengo a conoscenza della sua biografia che mi riprometto di approfondire e da cui risulta una personalità davvero interessante; Larsson, morto per infarto nel 2004, diresse una rivista antirazzista, studiò profondamente le caratteristiche del neonazismo, fu consulente di Scotland Yard, e ancora tante altre cose: insomma la sua fu una carriera piena di interessi che sarebbe opportuno conoscere più da vicino. Peraltro è curioso segnalare che la casa di produzione del film, la "Yellow bird", non è un colosso ma ebbe l'accortezza di acquisire i diritti della trilogia quando questa non era ancora quel formidabile caso letterario che poi divenne solo pochi anni dopo. E poi soprattutto (scusate la vena polemica) qui nessuna "fuffa esoterica", ma un misterioso, intricato ed inquietante "giallo". Vale a dire: romanzone di massa, sì, ma più che dignitoso e molto interessante. E raccontato secondo i criteri classici del giallo, attraverso un lungo ed articolato percorso investigativo, dove si aggiungono continuamente (anzi, forse con frequenza eccessiva) nuovi tasselli e nuovi elementi che però non sempre rappresentano un passo in più verso la soluzione: o meglio, vengono in aiuto a chi sta indagando sullo schermo, ma non sempre lo stesso si può dire per lo spettatore, il quale -è chiaro che sto parlando per me- spesso è un pò frastornato dai colpi di scena e da certi "2 + 2 = 4" che appaiono francamente fantasiosi e un pò troppo arditi, se non addirittura incomprensibili. Ma su questo punto non vorrei essere frainteso: il romanzo, nel suo aspetto investigativo -che è centrale- è scritto molto bene e il film ne è all'altezza, tanto da conquistare tutta l'attenzione dello spettatore il quale però deve stare al gioco, cioè prendere per buoni certi "collegamenti" non sempre facili da afferrare. Ma questo è un male da poco, di fronte ad un film che ha il pregio, pur raccontando una storia tutto sommato tipica che presenta elementi altrettanto tipici, di riuscire ad apparire per molti versi originale e inconsueto. E i motivi di questa riuscita vanno individuati in una regìa asciutta e a tratti nervosa, in un commento sonoro suggestivo, ma soprattutto in una forma -una volta tanto- non riconducibile allo standard dei thriller americani cui siamo rassegnati. L'ambientazione e i volti degli attori, questo intendo dire, imprimono alla visione uno spirito per noi italiani del tutto inconsueto. Di thriller inquietanti ed enigmatici, magari attraversati da risvolti morbosi, quanti ne avremo visti? Decine, forse centinaia. Ma ambientati nella bellissima terra di Svezia (certi panorami dall'alto di strade che si aprono tra i boschi sono stupendi!!), e poi con queste facce (come dire?) da "crucchi" (sia chiaro che il termine è affettuoso e per nulla offensivo!), beh, con questi elementi, almeno a mia memoria, credo sia la prima volta nelle sale italiane. E' un mondo, quello del "giallo svedese" per noi inedito, e in ogni caso, poco ma sicuro, siamo del tutto fuori dagli stereotipi hollywoodiani. I due personaggi principali rivelano ciascuno i due piani narrativi proposti. Abbiamo (e questo è il piano prevalente) un giornalista investigativo famoso per la sua determinazione professionale che cade in disgrazia: ha condotto una coraggiosa inchiesta ma molto rischiosa sui retroscena sporchi di un ricco uomo d'affari svedese, ma quest'ultimo essendo potentissimo riesce a ribaltare "il caso", uscendone trionfatore ed ottenendo la condanna (pecuniaria e detentiva) del giornalista, che si chiama Mikael Blomkvist ed è palesemente l'alter-ego dell'autore Stieg Larsson. L'altro personaggio protagonista è una giovane hacker informatica (Lisbeth), ombrosa e taciturna, che ha alle spalle (e questo è il secondo "filone" narrativo del film) un passato doloroso e tormentato col quale non ha mai smesso di fare i conti. Ecco. Diciamo pure che quest'ultimo personaggio è forse l'immagine stessa del film, e non solo perchè campeggia sui manifesti. Il fatto è che Lisbeth è un personaggio -cinematograficamente parlando- di quelli nati per vincere. Non equivochiamo: nel film lei è una magnifica perdente alla ricerca di una resa dei conti coi fantasmi del proprio passato, ma - al botteghino- è una sicura vincente. Gran personaggio, scritto assai bene, che conquista il cuore del pubblico appena entra in scena dopo i titoli di testa. Acida, nervosa, incupita, una specie di cavaliere dark al femminile, attraversata da qualche venatura di mascolinità, con questo look assolutamente efficace, acconciatura punk, trucco e aspetto "gothic", tatuaggi e piercing, giubbotto nero di pelle e -ovviamente!!- anfibi ai piedi. E il piccolo miracolo è -pur con un tale aspetto fortemente caratterizzante- che Lisbeth ne esce fuori come personaggio credibile, doloroso, affascinante: perchè è chiaro che il pericolo numero uno era quello di farne una macchietta-punk, o una punkettina patinata e modaiola, e sarebbe stato ridicolo. Ma il merito, evidentemente, non è solo di chi "l'ha scritta così", bensì ovviamente anche della bravissima Noomi Rapace la quale, in un colpo solo, mette a segno un punto non da poco: dare vita a un personaggio che -nell'immaginario di noi cinefili- occupa già un suo spazio, magari non fondamentale ma comunque rilevante. Anche se viene spontaneo porsi una domanda. Cioè, dato il forte processo di identificazione con un personaggio così incisivo, è lecito chiedersi se la brava Noomi riuscirà ad interpretare con altrettanta intensità ruoli diversi da questo nel suo proseguimento di carriera: ma la stoffa c'è, Noomi è appena all'inizio del suo percorso e sono sicuro che non avrà problemi a confrontarsi con nuove proposte. Acennavo prima ad una trama non sempre logica e ricca di personaggi, ma soprattutto intricata nel suo complesso accavallarsi di aspetti inconsueti, quali: necromanzia, divinazione, simbologie ebraiche, testi sacri, riti con animali, rigurgiti nazisti...Tutti elementi che da una parte arricchiscono di interesse e di fascino inquieto la vicenda, ma che possono forse generare qualche perplessità per una certa vaga faciloneria con cui vengono mixati fra loro. Tuttavia, questo non è un fattore che possa inficiare più di tanto l'interesse dell'opera e dopotutto, se ci pensiamo, i "romanzi popolari" (leggi: best sellers) per funzionare devono ormai "per contratto" contenere qualche elemento "disturbante", se non altro per procurare qualche brivido rinfrescante a chi li consuma avidamente sotto l'ombrellone. E poi (e ridaje con la polemica!) ci consoliamo subito se pensiamo a quella montagna di cazzate inventate e spacciate per "misteri esoterici" di cui Dan Brown ama farcire i suoi tremendi "romanzoni-fuffa". In sintesi: non un GRANDE film, ma senza ombra di dubbio un BUON film. PS: mi rendo conto che l'accostamento è arbitrario e del tutto personale, ma quella bellissima foto della giovane scomparsa (Harriet), incantevole in quel bianco e nero senza tempo, mi ha ricordato tantissimo l'immagine ricorrente di Laura Palmer in "Twin Peaks". Voto: 8/9
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filoattivo alle ore 21:02 |
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San Martino Spino (Mo) Barchessone Vecchio
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29/05 dalle 20
Three In One Gentleman Suit
Comaneci
(uk)
Sj Esau (uk)
Bachi Da Pietra
30/05 dalle 16
My Bubba And Me (dk)
Andrea Rottin
?Alos
Majirelle
Vanvera
Flap
Above The Tree
Hiroshima Rocks Around
Atlantic Cablers (cz)
Callers (usa)
Father Murphy
31/05 dalle 15
Sameoldsong
Ichi (jap)
Dadamatto
The Hand (uk)
Music for The Defect (nl)
Jealousy Party
Movie Star Junkies
Vialka (fra)
Per info:
concertifooltribe.blogspot.com
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Le prime notizie intorno a questa pellicola ci parlavano di cori irridenti e di salve di fischi indirizzati, in quel di Cannes, verso colui che aveva diretto l'opera. Per contro, qualche sparuta voce si levava fra i critici sostenendo che taluni ignoranti non avevano colto il senso profondo e la raffinata e potente simbologia di un'opera provocatoria e nel contempo complessa. Come la penso io? Certamente stavolta la virtù non sta nel mezzo, trattandosi della più sfacciata e solenne vaccata di film che io abbia mai visto. Una roba da abbandonare la sala in massa e dimenticarsi per sempre il nome di un cineasta che, finchè riuscirò a trattenermi, cercherò di non nominare. Il film è disgustoso e nauseante, farcito di sequenze di pessimo gusto, alternate a lunghi e noiosi silenzi.
La storia è così "spartana" che possiamo sintetizzarla in poche righe. Una coppia felice (lo testimonia il fatto che all'inizio scopano come ricci) diventa una coppia tormentata dopo il trauma per la morte del figlio di pochi mesi a causa di un disgraziato incidente. Ed ecco che la coppia si fa analista di sè stessa, affidandosi ad una sorta di terapia. Anzi, per meglio affrontare questo cammino a ritroso nel dolore, questa via crucis dei sentimenti alla ricerca dell'essenza della crisi, i due decidono (chissà poi perchè) di ritirarsi in una baita collocata in mezzo ad un bosco. E là la natura si esprime da subito nelle sue forme più bizzarre, a partire dalle ghiande che rompono i coglioni picchiettando 24 ore su 24 sui tetti e sulle pareti di quella sfigatissima casupola. Per tacere poi degli animaletti che popolano il bosco, tra cani parlanti, cornacchie e non ricordo bene cos'altro: scusate se la butto sull'ironìa deficiente, ma a questo punto mancano all'appello solo il vitello dai piedi di balsa e l'orsetto ricchione...
Dunque, dicevamo di questi due simpaticoni alla ricerca di sè stessi. Fra i due, dopo un inizio con qualche residua smancerìa ("ti amo" "tu mi ami" "io ti amo di più" "no io di più", etc. etc.) scatta un meccanismo di azioni e reazioni che si fa sempre più incomprensibile, della serie che i due si accarezzano teneramente e dopo due minuti si stanno massacrando di botte. Uno che non ha visto il film può pensare "Evabbè, checcentra, l'amore si sa che non è bello se non è litigarello"...Alla faccia del litigarello!! ...alla tipa quando le prendono i 5 minuti è capace che (anzi, lo fa proprio!), tramortito il maritino e constatandone il persistere (nonostante lui sia mezzo maciullato) di una potente erezione, gli afferra il membro a due mani e lo masturba rabbiosamente facendolo schizzare sì, ma non quello che pensate voi, ma bensì sangue (che simpatia, vero?!). Ma poi, siccome lei non è una che ama lasciare le cose a metà, prende un chiodo gigantesco e glielo conficca in una gamba facendogli vedere i sorci verdi. Ma lui, che riesce a trovare (dove non si sa) l'energia per fuggire rantolando, e dunque trascinandosi per il bosco circostante, trova rifugio dentro una tana dove però alberga già un inquilino, rappresentato da una cornacchia aggressiva, ma niente paura: lui, pur quasi moribondo, uccide l'uccellaccio a cazzotti (giuro!). E la moglie? beh, lei lo sta cercando per tutto il bosco urlando "Bastardo! vieni fuori se hai il coraggio!" e in effetti lo stana quasi subito, attirata dalle grida di dolore della cornacchia presa a pugni, e...non ci crederete ma subito dopo che lo ha tirato fuori con violenza dalla tana in cui s'era rifugiato, è già lì che gli chiede scusa e ritorna affettuosa.
Ma a quel punto c'è il colpo di scena: lei si auto-mutila a sorpresa (così, tanto per ravvivare la storia) praticandosi (IN PRIMO PIANO!) una disgustosa infibulazione. Il film si conclude con lui che sfoggia un'espressione sbigottita, osservando che il bosco -fino a quel momento deserto- improvvisamente prende a popolarsi di centinaia di pellegrini. Fine. Ragazzi, adesso, parlando seriamente: ma come ha potuto un cineasta discutibile fin che si vuole ma in qualche modo geniale, come Von Trier, ridursi al punto di realizzare un'opera che definire "farneticante" significa usare un blando eufemismo? E il bello è che il signor Lars, di fronte alle sacrosante derisioni dei critici di Cannes, ha fatto spallucce sdegnato, replicando che il film lo ha diretto per soddisfare esigenze sue, mica per quei polli di giornalisti! Ora, caro Lars, a parte che dovresti venir giù da quel pero, come puoi pretendere che uno non abbia una reazione un minimo "irritata" di fronte ad una simile accozzaglia di immagini così rozzamente disturbanti, peraltro accompagnate da una sottotraccia ambiziosa ma che in realtà è solo bislacca? E che tristezza vedere coinvolti in questo crimine artistico due ottimi attori come Willem Dafoe e la mia amatissima Charlotte Gainsburg: mi spiace davvero per entrambi, ma con questa vaccata anche loro, per quanto mi riguarda, hanno perso parecchi punti. E permettetemi adesso di mettere le mani avanti. Nel senso che se qualcuno (non mancheranno) deciso a difendere l'indifendibile, mi volesse insegnare a decodificare i simboli del Cinema, a spiegarmi le metafore che io non ho saputo cogliere, insomma se qualcuno mi volesse impartire impartire qualche lezioncina per decifrare i simbolismi racchiusi in questo film, io gli risponderei che...grazie, ma non accetto lezioni a proposito di un film, DIETRO il quale l'unica cosa che posso scorgere è la demenza di chi lo ha scritto e diretto. Che poi, questi "professorini" di cinema, forse non hanno le idee tanto chiare, se è vero che il 25% ha detto che "Von Trier si è rivelato il solito misogino", mentre un altro 25% sostiene invece che Von Trier, attraverso la protagonista femminile, ha inteso riscattare secoli di umiliazioni inflitte all'universo femminile (iI restante 50% è quello che non ci ha capito una fava, compreso quell'ignorante del sottoscritto). Ma poi, anche volendo abbandonarsi a simboli, simbolismi e simbologie, grazie, ci arrivo perfino io a cogliere che il regista vuole evidenziare che il Male non alberga nell'oscurità del bosco minaccioso e nella Natura sconosciuta e ostile, ma bensì dentro di noi, nei nostri corpi, nei nostri tabù e nelle nostre paure ancestrali bla bla bla...Il problema è che Von Trier vuole far assurgere ad universali concetti che invece attengono solo ai suoi incubi personali. Di più: come esercizio di stile è perfetto (fotografia, colori, suoni, tecnica degli attori etc, tutto è OK) ma resta appunto solo un esercizio di stile. E quella dedica finale a Tarkovskij...cos'è? una provocazione?
Lars invece di lanciarsi a ruota libera e senza freni nei suoi deliri strettamente personali, farebbe bene a guardare con umiltà a quei Maestri che (loro sì, davvero) hanno scelto di rappresentare il Male costringendoci a guardarlo in faccia (Cronenberg e Haneke su tutti). Ho detto prima che in questa degradante operazione tutti ci hanno perso la faccia (regista e attori), ma nonostante il mio "catastrofismo", c'è una persona coinvolta nel progetto alla quale non intendo negare la mia consolidata stima. Questa persona si chiama Andrea Occhipinti, distributore italiano del film. Andrea è uno di cui mi fido, uno i cui passi falsi, in tanti anni di brillante carriera, si possono contare sulle dita di mezza mano, uno che ha importato in italia capolavori enormi. Ecco, io vorrei rivolgermi idealmente a lui, con immutata stima, per chiedergli sommessamente quali sentimenti lo abbiano mosso a voler distribuire nel nostro paese una simile porcata (porcata d'autore, d'accordo, ma sempre porcata). Voto: 2
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Qualcuno ha "osato" osservare i meccanismi distributivi che accompagnano l'uscita di questo film raffrontandoli a quelli di "Nemico Pubblico n.1", film col quale "Che" condivide l'arrivo nelle sale in due episodi separati. Intanto va detto che Soderbergh è andato molto meglio di Richet. Ma vediamo cosa è accaduto. Il primo dei due film sulle gesta del bandito Mesrine era giunto nelle sale in un buon numero di copie, ma la risposta del pubblico è stata debolissima e così la punizione è stata esemplare: il secondo film è uscito quasi clandestinamente. Essendo una pellicola di qualche oggettivo pregio (per me uno dei film dell'anno) trovo assolutamente ingiusto punire così duramente il secondo film, trovo che ciò sia qualcosa che va oltre le leggi del mercato, questo è bastonare sonoramente e farsi beffe del cinema di qualità. E il "Che" di Soderbergh? Il primo era uscito preceduto da un trailer martellante come quello di certi blockbusters. Il consenso raccolto, a quanto ne so, è stato significativo ma non entusiasmante: in effetti ho visto il titolo del film stazionare per un paio di settimane nella classifica del botteghino, ma sempre nella zona più bassa. Dunque, anche in questo caso, il secondo episodio ha subito una penalizzazione ed è uscito in un numero minore di sale. Se da una parte è lodevole l'iniziativa di proiettarlo in un ristretto numero di sale d'essai in versione originale, va però segnalato come discriminante e poco rispettoso il "modo" in cui il film è stato "ospitato" nelle multisale (proiezioni spesso private dello spettacolo pomeridiano, e proiezioni serali mai dopo quella delle 22,30). Chiedo umilmente scusa per questa lunga tirata, ma volevo far capire quanto io trovi ingiusto programmare nelle multisale certi film come avessero la rogna, quasi venissero programmati "per far loro un favore"....Come per il primo episodio anche questo (e probabilmente in misura maggiore) presenta sufficienti elementi per gridare al capolavoro, con buona pace di quella gran parte della critica che ha da sempre in antipatia Soderbergh. Come dicevo recensendo "L'argentino", molti critici nutrono una sorta di pregiudizio nei confronti di Soderbergh, forse influenzati da quella sua facciotta da nerd americano saputello che certo non lo aiuta a risultare simpatico ai più. Eppure Soderbergh ha dimostrato coi fatti di essere così versatile da poter maneggiare con scioltezza commedie brillanti, film sperimentali, e pellicole "monumentali" come questa. Ma veniamo a questo "Guerriglia", che è pregevolissimo, molto personale, svincolato da molti stereotipi del biopic, decisamente autoriale, importante, di grosso peso specifico artistico e culturale. Mi ero predisposto ad un'amaro sfogo, ma preferisco soprassedere, limitando il mio sdegno al semplice disappunto circa l'esclusione di un film di tale portata dalle candidature agli Oscar, e trovo meschino e scandaloso che, in piena "era-Obama", tra qualche signore dell'Academy alligni ancora lo spettro dell'anticomunismo... E la Hollywood liberal delle star miliardarie che fanno le marce per i diritti civili appena usciti da una clinica per disintossicarsi, dov'era? stava dormendo? Lasciamo perdere. Nel rendere omaggio alla coraggiosa scelta della BIM di distribuire (anche nelle multisale) in tutta Italia una pellicola non certo facile, devo purtroppo riscontrare (almeno nel mio piccolo) che anche per questa seconda parte non è che in giro si stia segnalando un grande interesse da parte del pubblico. E lo dico, badate, senza cifre alla mano, basandomi (per quel poco che può valere) sulla mia esperienza personale. Pur avendolo visto di sabato sera, la sala era pressochè deserta, però almeno quei quattro gatti erano in religioso silenzio, diversamente dalla proiezione della prima parte che fu disastrosa, con gente che mugugnava ed altra che commentava infastidita, se non qualcuno che addirittura abbandonava la sala. Vedete, io su questo punto voglio essere molto chiaro e sincero. Questa NON è una pellicola godibile, questo NON è uno spettacolo di cui godere. Anzi, essendo opera quasi documentaristica, e dunque dai tempi estremamente dilatati, richiede una predisposizione dello spettatore ad accedervi con rispetto ed umiltà. Se l'italiota medio si reca ignaro al cinema cercando azione e/o divertimento in questo film, meglio che lasci perdere perchè rischierebbe d'imbufalirsi. E qui bisognerebbe aprire una triste parentesi (oggi va così, sono in vena di malumori, mi vorrete perdonare) sulla colpevole ignoranza di gran parte del pubblico da multisala: quante volte asssistiamo alla scena di gruppi di persone che si danno appuntamento davanti al multisala senza sapere assolutamente nulla della programmazione e decidendo sul momento sulla base delle immagini che compaiono sul flyer??! Non pretendo che siano tutti cinefili, ci mancherebbe, ma almeno che non siano dei pirla, questo sì!! Questa seconda parte è decisamente meno convenzionale dell'altra. E' la sofferta, tesa, dolorosa, rappresentazione dei 300 giorni del Che nel disperato tentativo di costruire una consapevolezza nei contadini boliviani che fosse il presupposto di una rivoluzione per la Libertà. Ma il Che rimase solo come un cane, con i boliviani che non avevano la cultura e lo spirito adatti per affrancarsi dalla propria schiavitù, e soprattutto con l'esercito boliviano accanito come un branco di mastini, col supporto pieno ed energico degli americani, che avevano inviato in loco perfino addestratori provenienti dalle truppe speciali del Vietnam. Dunque, chiaramente, una battaglia persa in partenza. Nel film ci sono momenti toccanti, in cui il viso del Che appare come trasfigurato dal dolore (lo affliggeva una terribile asma) e dalla sofferenza. E qui mi levo il cappello di fronte all'interpretazione di Benicio Del Toro, per commentare la quale non ci sono parole. Vediamo Guevara alla fine in mano nemica, andare incontro alla morte certa senza perdere un solo grammo di dignità, neanche quando un repellente ufficialetto boliviano, poco prima dell'esecuzione, lo schernisce umiliandolo con frasi ignobili. Con un epilogo breve e semplice, Soderbergh ha scelto di evitare la rappresentazione di una morte gloriosa all'insegna del Martirio e della Passione che consegnasse Guevara all'Olimpo dei Miti. Non un Santo Martire dunque, ma un uomo che si è fatto simbolo laico della Coerenza Assoluta. Se posso esprimere una delusione, per quanto forse un pò sciocca, è quella di non avere ritrovato nella seconda parte la dolcissima Catalina Sandino Moreno che, per la verità, anche nella prima aveva un ruolo piuttosto ridotto. Premettendo che le mie conoscenze storiche riguardo al fallimento del progetto del Che sono molto scarse, dopo la visione del film mi sono posto una riflessione. Come mai quei contadini boliviani, pur vessati da una dittatura militare, non colsero l'occasione di un riscatto? Io -ripeto- non conosco la storia, ma mi sono dato una risposta basata su una pura intuizione, e dunque discutibilissima. Cioè io penso che il Sudamerica, nel tempo, si è abituato alla convivenza con due gran brutti elementi: la miseria e l'ignoranza. E finchè queste vaste sacche si perpetueranno, il popolo sudamericano non apprezzerà MAI il magico suono della parola LIBERTA'. Sembra apprezzare invece il suono di altre parole, tipo "Populismo" o "Dittatura". Sapete cosa risponde il Che nelle ultime sequenze del film a un odioso ufficiale boliviano che gli rinfaccia il suo fallimento? Guevara gli replica che si augura che la guerriglia abbia almeno contribuito a SVEGLIARE quei disgraziati contadini. Possibile che il popolo sudamericano abbia ancora bisogno di questo? Di qualcuno che lo SVEGLI? Voto: 10
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filoattivo alle ore 18:18 |
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